Rassegna stampa Elezioni 2009
Repubblica - 8.6.09
L'europarlamento va a destra. Sinistra giù, sorpresa verde - Andrea Bonanni
BRUXELLES - Una generale avanzata del centrodestra e soprattutto una seria crisi dei socialisti. Questo a grandi linee il risultato delle elezioni europee, che premiano il Partito Popolare Europeo in Francia, in Italia, in Germania, in Spagna. Socialisti battuti in Gran Bretagna, Francia, Spagna e Germania. A questi dati si deve aggiungere il successo delle liste di estrema destra xenofobe e anti-europee che registrano un notevole successo in Gran Bretagna, Olanda, Austria, Ungheria, Finlandia ma anche in Italia con la buona affermazione della Lega. La debacle del Pse è parzialmente compensata dal buon risultato dei Verdi, che soprattutto in Francia e in Belgio ormai contendono ai socialisti il ruolo di leader della sinistra - GUARDA IL RIEPILOGO EUROPEO - Il nuovo emiciclo di Strasburgo conferma la precedente gerarchia dei gruppi politici. Il Ppe è di gran lunga il primo partito con 267 deputati su 736. Il Pse resta il secondo gruppo, anche se in calo, con 159 deputati a cui potrebbero apparentarsi i 21-22 parlamentari italiani del Pd. Al terzo posto vengono i liberali che confermano un'ottantina di seggi. I verdi crescono portando in Parlamento 54 deputati. La destra euroscettica dell'Uen (di cui fa parte la Lega) avrà 35 seggi, a cui si aggiungono i 18 anti-europei di Indipendenza e democrazia. L'estrema sinistra tiene le posizioni con 34 eurodeputati. 88 parlamentari, infine, restano ancora in attesa di una collocazione politica: tra questi figurano i Ds italiani e i conservatori britannici, che hanno lasciato il Ppe. Con questi risultati, sembra certa la riconferma di Josè Manuel Barroso alla presidenza della Commissione. Il presidente uscente ha già ricevuto il sostegno di tutti i capi di governo che aderiscono al Ppe e dei leader socialisti di Gran Bretagna, Spagna e Portogallo. Difficilmente un Parlamento dominato dal Ppe potrà negargli la fiducia quando sarà chiamato, nella sessione di luglio, a pronunciarsi sull'indicazione dei capi di governo.
Il Cavaliere santo ma non subito. L'agiografia frenata dalle proiezioni
Filippo Ceccarelli
"Santo sì, subito no" scherzava nel marzo scorso il presidente Berlusconi, invocatissimo all'inaugurazione del treno Frecciarossa. "Subito no": detto con il solito sorriso e la stessa scaramantica funzione del buffo gesto di diniego con cui da qualche tempo il Cavaliere accompagna quel pezzo di Fratelli d'Italia che dice "siam pronti alla morte". Che poi il potere, in estrema e drammatica sintesi, altro non è che un modo per ingannare la morte. La vittoria rende innocenti, diceva don Gianni Baget Bozzo molti anni prima di incontrare Berlusconi. Ecco: le proiezioni dicono che non c'è l'annunciatissimo sfondamento. Anzi, interrompono il processo di canonizzazione che negli ultimi mesi ha portato quel burlone del presidente del Consiglio a porgere la mano a Bruno Vespa, in tv, e poi anche al candidato del Pdl a Firenze, Galli, perché l'annusassero: "Ecco, è odore di santità". E sono scene pure indecorose, ma a loro modo di rilievo simbolico - e ancora di più oggi che il sogno berlusconiano si rivela irreale. Il presidentissimo s'era prenotato il 40, il 43, il 45 per cento, boom!: quasi mezza Italia, tutta sua. La questione semmai è anche un'altra: che cosa significano le elezioni per un tipo di sovrano quale è Silvio Berlusconi? Vero che la potenza risolutiva dei numeri, per una settimana o due, è destinata ad accorciare la distanza tra consuetudini e novità, rappresentanza e circuito spettacolare, democrazia e post-democrazia. Ma certo il risultato di questo 7 giugno finisce per proiettare un'ombra su quella che il senatore Quagliariello ha designato "epoca berlusconiana". Di che si tratti è ancora più complesso stabilire. Ci saranno ancora elezioni tipo finto o falsato giudizio di Dio, e congressi per lo più salmodianti e a porte chiuse, e G8 da spostare qui o lì senza nemmeno avvisare i ministri, e problemi concreti, concretissimi, come quelli legati all'economia e alla sorte dei precari da impapocchiare impunemente a Porta a porta. Ci saranno occupazioni e spartizioni da mettere in atto alla Rai e purtroppo anche disgrazie cui porre riparo, e casi di cronaca come quello di Eluana (che secondo il premier poteva generare) e scandali alla Noemi, di sicuro. Ma intanto l'arte di governo seguiterà ad esercitarsi nelle forme inaudite che paradossalmente si conoscono bene e soprattutto con le risorse narrative cui Berlusconi, tradito dai sondaggi, ha ormai abituato gli italiani. Ville da mostrare e da comprare in continuazione, lazzi e frizzi in patria e all'estero, elicotteri che trascinano sagome di Superman con il volto del Cavaliere, targhe per mamma Rosa, tinture di capelli suggerite a Mubarak, Apicella a Sanremo, statue romane a Palazzo Chigi, trasferte del Bagaglino "di tasca mia", cammelli in dono da parte di Gheddafi, chissà dove saranno. E non è questa una lagna pregiudiziale, né una divertita constatazione: ma il cosiddetto berlusconismo continuerà probabilmente a ottenere successi ed ammiratori nell'Oriente post-sovietico così come in Sudamerica, dove già esiste, di recente conio, un "Pueblo de la Libertad". Non per caso di tratta di luoghi del mondo dove la democrazia, quale la si è conosciuta in Italia, negli ultimi cinquant'anni, si svolge secondo moduli assai particolari. Anche per questo i risultati elettorali di ieri - "santo sì, ma non subito" e chissà quando - valgono quello che valgono, e non solo per la loro precarietà. Chi si sia concentrato su certi dettagli minimi, su alcuni frammenti di contorno, su parecchi aspetti laterali del berlusconismo arriva all'impervia conclusione che il vuoto politico stava davvero per essere colmato con un pieno di religiosità profana, cioè quotidiana, adorante, personalizzata. Un culto dal basso, un materialismo mistico che con un pezzo del paese innescava identificazioni profonde e oscure. Forse si è sottovalutata l'agiografia del ministro Bondi sul "sole in tasca" del Leader predestinato, trascendente, privo di qualsiasi malvagità, quindi senza peccato. Forse non si sono colte le implicazioni dell'errore del giornalista inglese che nella vicenda Noemi ha scambiato il Signore, cioè Dio, con il Cavaliere. "In delirio per Silvio" titolava l'altro giorno il Tempo sopra la classica foto del bagno di folla. "Villa Certosa è il paradiso terrestre" sosteneva Fede; e "ogni minuto con lui è un dono divino" venerava la velina Alloro. Perché l'idolatria ha esteso il suo tempo e la sua soglia infuocata, ma pure i voti hanno un loro valore, specie se e quando servono a spegnere le fiamme.
Il Cavaliere deluso nel bunker di Arcore. "Ma i poteri forti non mi scalzeranno"
Claudio Tito
ROMA - Silvio Berlusconi avrebbe voluto una "vittoria tombale". "Ma la gente", ha cercato di spiegare ai fedelissimi ieri notte, "è comunque con me". Il Cavaliere, al telefono con i "big" del Pdl, nella notte non nasconde la delusione. Si aspettava "una vittoria assoluta" e invece deve fare i conti con percentuali che addirittura mettono a rischio il precedente di un anno fa. Quello delle politiche. Con il passare delle ore, poi, la "delusione" si trasforma in rabbia. Le proiezioni peggiori, in realtà, sono qualcosa di più di un campanello d'allarme. Il capo del governo è infuriato. E ai "fedelissimi" non lo nasconde. Anche perché le dichiarazioni di alcuni colonnelli di An lo hanno a dir poco disturbato. Parole che costituiscono la premessa di un probabile regolamento dei conti dentro la maggioranza. "Se manteniamo il 36-37% - è la difesa del Cavaliere - nessuno può dire che siamo sconfitti. Il Pd sta crollando di sei punti...". Il presidente del consiglio punta l'indice contro le vicende dell'ultimo mese. Sul conflitto coniugale con Veronica Lario, sulla festa di Casoria con Noemi Letizia e sul "complotto" che avrebbe coinvolto anche soggetti stranieri, come i giornali europei e soprattutto il tycoon australiano Rupert Murdoch. "Elementi che hanno pesato - si lamenta il premier con i suoi - soprattutto nel favorire l'astensionismo dei nostri elettori. Avete visto cosa è successo nelle regioni meridionali?". A suo giudizio, però, "la manovra non riuscirà scalzarmi". Adesso, dunque, più che chiudere lo "scontro" sulle foto di Villa Certosa, si ritrova a fare i conti con le dinamiche interne. Con la Lega recalcitrante e i colonnelli di Alleanza nazionale pronti a sottolineare la sconfitta. Eppure, ieri pomeriggio quando è andato a votare, il Cavaliere aveva in tasca le ultime previsioni di Alessandra Ghisleri, la sua sondaggista di fiducia. "I dati sono buonissimi - aveva rassicurato -, non c'è bisogno di agitarsi né di essere impazienti". Nessuno, però, aveva previsto l'astensionismo di centrodestra. Dati che il Cavaliere ha letto nella sua Villa di Arcore. "Il nostro obiettivo - provava a ripetere per l'intera giornata - è attestarci intorno al 40 per cento". I numeri che gli recapitava la Ghisleri con il passare del tempo cancellavano quella prospettiva. A quel punto Berlusconi ha cambiato registro. Nei contatti con il suo staff riunito a Roma nella de del Pdl, ha iniziato a cambiare registro. "Qualcuno pensava di mettermi in difficoltà con la storia di Noemi - ha messo le mani avanti - , poi ci hanno provato i giornali stranieri. Qualche potere forte è tornato a remare contro. Ma non riusciranno a scalzarmi". E sebbene in campagna elettorale avesse previsto per il Pdl un dato vicino al 45%, adesso preferisce rimarcare la "tenuta" e il differenziale con il Pd. "Con tutto quello che è successo, con la crisi economica, il terremoto in Abruzzo e la manovra dei giornali di sinistra, forse non potevamo aspettarci di più". L'inquilino di Palazzo Chigi, quindi, inizia ad alzare la diga per proteggere l'esecutivo dalle critiche interne: "Dal dopoguerra nessun partito è mai stato tanto forte. Solo la Dc di De Gasperi ha raggiunto questi livelli". Eppure, la delusione ha investito anche i maggiorenti del Popolo delle libertà. Un anno fa avevano preso il 37,4%. Il voto europeo rischia di aprire un vertenza all'interno del centrodestra. E già, perché l'avanzata della Lega è già finita sotto la lente di ingrandimento dei "tecnici" berlusconiani. La lotta per l'egemonia del nord, per la guida del Veneto e della Lombardia, rischia di provocare un attrito tra il Cavaliere e Umberto Bossi. Gli uomini di Gianfranco Fini, a cominciare da Ignazio La Russa, hanno iniziato a marcare gli errore del premier. L'annuncio della presidenza lumbard per il Veneto, l'annuncio della cessione del milanista Kakà e poi l'insufficiente investimento economico nella campagna elettorale. In più Berlusconi ora teme che anche il Carroccio alzi la voce. "Dovremo controllare i leghisti - ha infatti avvertito - dovremo impedire colpi di testa. Dobbiamo stare molto attenti". Non è un caso che negli ultimi ragionamenti del premier, sia tornato ad affacciarsi l'ipotesi di un riavvicinamento con l'Udc di Casini.
Il giorno più lungo di Franceschini. "E ora non ricominciamo a litigare"
Alessandra Longo
ROMA - Il vecchio partigiano Boldrini aveva adottato, per il suo giornale clandestino, firmato con Benigno Zaccagnini, una frase che recitava così: "Se è notte si farà giorno". Dario Franceschini ripensa, ancora una volta, alle parole del comandante Bulow, nelle sue ore più difficili. Forse, dopo il voto, è più giorno che notte, visti i risultati, visto che Berlusconi "non ha sfondato". "Sono soddisfatto, molto soddisfatto - dice il segretario del Pd - Lo abbiamo fermato noi. Se dopo un anno di governo il Pdl perde 3 punti, vuol dire che è iniziata la parabola discendente". Sono quasi le due del mattino quando si sfoga, dopo ore passate nel bunker del partito: "Di fronte alla micidiale ondata di destra in Europa, alla fine il Pd sarà il primo partito progressista, per deputati eletti, come voti in assoluto". L'asticella oscilla tra il 27 e il 28 per cento "ma dovete aggiungere i radicali e a quel punto saremmo al 30...". Sospiro di sollievo, clima da comunità ritrovata. Prima delle proiezioni, addirittura ad urne aperte, Franceschini aveva convocato i suoi alla Camera, uffici del gruppo, sala Berlinguer: "Voglio ringraziarvi tutti per quello che avete fatto e dirvi anche che mi aspetto, a prescindere dai risultati, che non si interrompa il lavoro di squadra. Non voglio nemmeno prendere in considerazione che si torni a litigare, con i turni di ballottaggio all'orizzonte. Quella è una stagione chiusa dalla quale non si torna indietro". Poi un sussulto per le notizie da Parigi, con la destra che trionfa, i socialisti che crollano. "Certo, se il vento è quello...", commentava il segretario. Ma no, in Italia le cose sono diverse. Il Pd cala ma guadagna la soglia di "sicurezza". Sentenza per il leader, per il partito, per il Paese. Quei 105 giorni di campagna elettorale diventano fotogrammi da album dei ricordi. La certezza di "avere fatto tutto il possibile per salvare il progetto" rende sereno il leader, pur barricato nel suo ufficio. Dario "il cattocomunista", come l'ha definito, con lieve disgusto, il suo avversario, ne parla con gli amici: "Ho giocato la partita fino in fondo". Una sfida in condizioni difficili, l'eredità di Veltroni, le correnti interne, un Berlusconi straripante, che l'ha spinto su terreni che non sono quelli cui è abituato ("Ho toccato con mano che cosa vuol dire la sproporzione di mezzi, di potere, la capacità manipolativa, la spregiudicatezza"). Lui, Franceschini, costretto a occuparsi di moralità della politica, di affari privati diventati, non per sua scelta, clamorosamente di interesse pubblico. Le paillettes contro la vita reale: "Nei miei viaggi ho incontrato gente senza lavoro, pensionati alla fame, commercianti scansati dalle banche". A voler compensare l'overdose di parole e veleni, l'attesa è dedicata alla famiglia, alla moglie Silvia, insegnante di scienze, che "non ha mai fatto politica", alla figlia Caterina, 19 anni, accompagnata al seggio dribblando i fotografi, a Maria Elena, 13 anni, la più piccola, aiutata ieri mattina a fare "un piccolo impianto elettrico per la lezione di tecnica", quasi fosse una domenica qualsiasi. Addirittura, all'ora di pranzo, i Franceschini si sono concessi una gita al mare, a Fregene. Pranzo in quattro più il cane. Con la testa fissa alle prime proiezioni. Ma senza l'ansia del proprio destino, giurava fino a tarda sera: "Non ho accettato di fare il segretario per costruire il mio futuro". Il problema - è andato ripetendo Franceschini in ogni piazza, ad ogni comizio - è "lasciare il Paese in mano ad una persona sola", per giunta uno come Berlusconi "che considera i magistrati grumi eversivi e il Parlamento una perdita di tempo". Lui "ce l'ha messa tutta" per convincere un elettorato frustrato: "Non dovete mollare proprio ora". L'astensionismo punitivo: era il suo incubo. "Perché io, nel Pd, ci credo veramente, non ci sono altri approdi. Noi dobbiamo avere la pazienza di costruire un sistema di valori alternativi facendo esattamente l'operazione contraria a quella di Berlusconi il quale ha introdotto negli anni la sua gerarchia di disvalori e poi è andato all'incasso". Quello di oggi è un round, è "il segnale": "Abbiamo fermato Berlusconi". Ma Franceschini sa che "la marcia sarà lunga". Se è notte, si farà giorno, diceva il partigiano Boldrini.
Manifesto - 8.6.09
La crisi premia i partiti popolari e quelli xenofobi - Alberto D'Argenzio
BRUXELLES - Tutto come previsto. Male. E malissimo per i socialisti. I popolari si confermano come primo partito, superando il Pse in tutti i grandi paesi dell'Europa e tenendo anche dove sono al governo, a dimostrazione che sono più credibili di fronte alla crisi. Volano sberle in Francia per i socialisti, surclassati da Sarkozy e insidiati dai verdi. Ancora peggio in Gran Bretagna per i laburisti, caduti nell'abisso e bypassati un po' da tutti, pure dagli euroscettici dell'Uk Indipendence Party. La celebrata terza via è ormai un vicolo cieco da cui Gordon Brown non riesce ad uscire. Socialdemocratici stabili in Germania, ma lontanissimi dai democristiani, e socialisti superati a destra in Spagna e pure in Portogallo, Bulgaria e Ungheria. «La socialdemocrazia non ha un progetto per uscire dalla crisi», ammette Joaquin Almunia. Anche perché la sua strategia naturale, il keynesismo, gli è stata scippata dai popolari, che hanno agito senza molti complessi ficcando le mani statali ben dentro l'economia. Al loro fianco cresce più o meno dappertutto l'estrema destra neofascista, razzista, xenofoba e populista e anche la destra euroscettica. Tutto è andato come previsto. Male. E malissimo per i socialisti. I popolari si confermano come primo partito, superando il Pse in tutti i grandi paesi dell'Europa unita e tenendo anche dove sono al governo, a dimostrazione che sono più credibili di fronte alla crisi. «Il Ppe ha stravinto», afferma a fine elezioni il capogruppo Joseph Daul, raggiante. Volano sberle in Francia per i socialisti, surclassati da Sarkozy e insidiati dai verdi. Ancora peggio in Gran Bretagna per i laburisti, caduti nell'abisso e bypassati un po' da tutti, pure dagli euroscettici dell'Uk Indipendence Party. La celebrata terza via è ormai un vicolo cieco da cui Gordon Brown non riesce ad uscire. Socialdemocratici stabili in Germania, ma lontanissimi dai democristiani - un segnale chiaro in vista delle politiche del 27 settembre - e socialisti superati a destra in Spagna e pure in Portogallo, Bulgaria e Ungheria, tutti paesi in cui sono al potere. L'Italia è quello che è. «La socialdemocrazia non ha un progetto per uscire dalla crisi», ammette Joaquin Almunia, un socialista con determinanti responsabilità economiche. Anche perché la sua strategia naturale, il keynesismo, gli è stata scippata dai popolari, che hanno agito senza molti complessi ficcando le mani statali ben dentro l'economia. Il Ppe, secondo le prime proiezioni, supera di 90-100 seggi il Pse. Non si sa se la sinistra è morta, di certo ieri non ha battuto un colpo, se non in Grecia. «È una sera molto triste per la socialdemocrazia in Europa», riassume a caldo il capogruppo del Pse Martin Schulz. Triste anche per l'Europa in sé. A fianco dei popolari cresce infatti più o meno dappertutto l'estrema destra neofascista, quella razzista, xenofoba e populista - ossia quella neofascista light - e anche la destra euroscettica. Mesi di crisi finanziaria ed economica, percentuali di disoccupazione che si impennano, giornate di scioperi, in alcuni casi, come in Grecia e nelle Repubbliche Baltiche, di battaglie quasi campali, e alla fine il timore per un futuro incerto spinge il voto verso i popolari, lancia la destra ed affossa invece i socialisti, incapaci di essere convincenti nel terreno che dovrebbero conoscere meglio, quello della protezione sociale. In questa Europa che oggi si sveglia più scura, c'è però un tocco di verde: gli ecologisti sono letteralmente lievitati in Francia, cresciuti in Belgio, Svezia e Grecia e si sono mantenuti stabili in Germania. La sinistra estrema, partita bene nei primi sondaggi, non riesce invece ad aumentare il suo gruppo, pagando care le divisioni italiane. Cresce invece ancora di qualche punto l'astensione, che aumenta di un punto e mezzo, arriva a toccare il record del 57%, ma non supera la soglia da incubo del 60%. La legittimità dell'Europarlamento è la stessa di prima. Guardando ai dati nazionali, Berlusconi deve alzare almeno uno bandiera bianca: non avrà il tanto desiderato primo partito in Europa, superato dai democristiani tedeschi. Un risultato che rischia di rendere un pelo più difficile la corsa del ciellino Mario Mauro alla poltrona di Presidente del Parlamento europeo. Non è un mistero che i tedeschi, prima delegazione, puntino sul polacco Jerzy Buzek. Il voto di ieri appare invece come un'incoronazione anticipata per José Manuel Durao Barroso, che già era l'unico candidato per succedere a se stesso. Socialisti, liberali, verdi e comunisti avrebbero i numeri per proporre qualcun altro, il problema è che non sembrano avere l'intenzione, o la coesione o il coraggio per farlo. Passando dalle future poltrone alle possibili dinamiche politiche, cosa cambierà nell'Eurocamera? Le cose potrebbero non mutare poi molto dal recente passato, nel senso che dai liberali ai comunisti, passando per socialisti e verdi, il centro sinistra ha ancora i numeri per opporre una propria politica alla destra. Ma l'ascesa dell'estrema destra e di quella euroscettica potrebbe sparigliare un po' le carte. Per capirlo bisogna quindi attendere la formazione dei gruppi politici. I conservatori britannici, i cechi dell'ex premier Topolanek ed i polacchi dei gemelli Kaczynski hanno annunciato l'uscita dal Ppe per formare un gruppo più marcatamente euro-critico in cui potrebbero entrare anche altre formazioni di estrema destra. I neofascisti e i neofascisti light sono riusciti a portare a Strasburgo una decina di deputati in più con alcuni casi eclatanti. In Ungheria Jobbik, formazione antirom, antisemita, antiimmigrati ed antieuropa, sfonda quota 14%, finisce a tre punti dai socialdemocratici al governo e strappa tre seggi. Lo stesso risultato conseguito da Romania Mare a Bucarest e dintorni. I danesi del Folkeparti, da parte loro, raddoppiano i consensi ed i deputati, un successo ripetuto in Austria dal Fpo e in Grecia dal Laos. In Olanda il Partito per la Libertà di Geerd Wilders ha fatto quasi cappotto e nel Regno unito i fascisti del British national party hanno conquistato uno storico primo seggio. Da noi la Lega nord è cresciuta. L'unica grande nota stonata a destra si registra in Francia, con Jean Marie Le Pen, il capostipite dei neofascisti del vecchio continente che perde 4 dei 7 seggi che aveva. Da segnalare in Austria il successo della lista di Hans Peter Martin, un eurodeputato che ha fatto della critica all'Europa la sua bandiera. Lo chiamano populista ma non è assimilabile agli euroscettici di destra. Ha raccolto quasi il 18%. Mentre il partito euroscettico paneuropeo Libertas raccoglie solo un deputato in Francia. Nell'altro versante, le cose non sono andate così bene all'estrema sinistra. Successo in Portogallo con il Bloque de Esquerra che diventa il terzo partito ed in Grecia con i comunisti, anche loro terzi, die Linke in Germania guadagna un punto, ma è quinto, debacle in Italia mentre il Nuovo partito anticapitalista di Besancenot raccoglie meno del previsto, superato dal Front de gauche. Oltralpe sono stati i verdi a capitalizzare la domenica terribile dei socialisti.
L'astensione conferma Sarkozy, exploit di Cohn Bendit, Ps in crisi - Anna Maria Merlo
PARIGI - In Francia ha vinto l'astensione, che ha sfiorato il 60%. Sarkozy vede confermata dalle urne la sua politica: l'Ump è il primo partito, al di là delle migliori speranze, con più del 28%. L'altra vittoria è quella di Europa Ecologia di Daniel Cohn-Bendit, che diventa il terzo partito francese, superando il 15%. Grave sconfitta, invece, per il Ps, che fatica a restare il secondo partito, a un solo punto dai verdi sotto il 17%, perdendo più di dieci punti rispetto alla scorse elezioni europee. Aveva fatto peggio solo la lista Rocard nel '94 (14%). Altro grande sconfitto è François Bayou con il MoDem, che crolla sotto il 9%: aveva fatto una campagna molto personalizzata, pensando più alle presidenziali del 2012 che alle europee, e ha perso l'identità europea che avevano i centristi, crollando dopo lo scontro in tv e gli insulti contro Daniel Cohn-Bendit. La sinistra radicale non va male: il Front de Gauche, guidato dal transfuga socialista Jean-Luc Mélenchon alleato del Pcf arriva al 6,3% e supera il Nuovo partito capitalista di Olivier Besancenot, che è al 5%. L'estrema destra tiene, malgrado Sarkozy, con il Fronte nazionale al 6,5% e Libertas, la formazione guidata da Philippe de Villiers al 5%. La sconfitta del Ps prende un aspetto drammatico a Parigi e a Marsiglia, dove Europa Ecologia supera i socialisti e diventa nelle due grandi città e le loro regioni il secondo partito dopo l'Ump. A Marsiglia i socialisti hanno praticamente dimezzato i voti. Nell'Ile-de-France, la regione che comprende Parigi, l'Ump è al 30,5% (con i ministri Michel Barnier e Rachida Dati), Europa Ecologia al 19,7%, mentre il Ps crolla al 14% e il MoDem all'8%. Per Jack Lang, ex ministro socialista, «il Ps ha cessato provvisoriamente di incarnare la speranza». Benoît Hamon, portavoce del Ps di Martine Aubry, non riesce ad ottenere il seggio di eurodeputato. Per la nuova segretaria del Ps è una secca rimessa in causa. I suoi portavoce parlavano ieri sera di «risultato deludente, ma che non stupisce perché il Ps è in pieno rinnovamento». Martine Aubry, con la voce rotta, ha ammesso ieri che «noi non siamo credibili» e ha fatto riferimento al successo degli ecologisti, «un appello a un progetto che volti pagina rispetto all'Europa liberista». Ha promesso che il Ps vuole rafforzare questo messaggio legandolo «alla questione sociale», alla luce della forte astensione delle «classi popolari e medie». Il primo ministro François Fillon ha ricordato che «è la prima volta dall'84 che il partito della maggioranza presidenziale arriva in testa alle europee». Per Fillon è «il riconoscimento del lavoro fatto con la presidenza francese del Consiglio europeo sotto l'autorità di Sarkozy». Fillon ha sottolineato che con questa vittoria la Francia proporrà all'Europa di «mobilitarsi di più per uscire dalla recessione». Il primo ministro ha visto in questo voto anche il riconoscimento dell'«impulso francese» sul riscaldamento climatico, che ha fatto sì che l'Europa abbia «la legislazione più ambiziosa al mondo». Per il portavoce dell'Ump, Frédéric Lefebvre, dal voto è arrivato un «segnale che bisogna cambiare l'Europa e continuare a cambiare la Francia». Per l'Ump è stato sconfitto chi ha fatto una campagna anti-Sarkozy, cioè Ps e MoDem. Cohn-Bendit si è dichiarato soddisfatto per i risultati di una campagna - la sola - basata sulle questioni europee. Per il verde Noël Mamère è «una vittoria incredibile, un giorno storico. Ormai bisognerà fare i conti con noi. Abbiamo parlato d'Europa e abbiamo vinto». Daniel Cohn-Bendit ha proposto ieri sera al Ps e al MoDem un'alleanza all'europarlamento per «creare una maggioranza» contro la destra. Cohn-Bendit è convinto che, con questa maggioranza, sarà possibile non far rieleggere il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, peraltro candidato anche di parte dei socialisti europei (Gran Bretagna e Spagna), malgrado le sue posizioni liberiste e il risultato più che deludente del suo mandato. Marielle de Sarnez, del MoDem, si consola invece affermando che si tratta di «un voto apolitico». Il socialista Bruno Julliard sottolinea che «la destra è dietro la sinistra, ci sono dieci punti di scarto. Ma l'impressione è che la sinistra non abbia vinto». Le divisioni e la sconfitta del Ps pesano su questa impressione, malgrado il successo di Europa Ecologia, dove Cohn-Bendit aveva portato nella lista il leader contadino José Bové e la giudice anti-corruzione Eva Joly. In realtà, se si sommano i voti a destra e a sinistra, la situazione tra i due schieramenti appare equilibrata. Al Ps si affilano i coltelli. Pierre Moscovici, ex ministro, parla di «conto molto salato» che deve portare a «una rimessa in causa profonda. Non va il lavoro intellettuale, non va il modo in cui militiamo, come viviamo assieme, come designamo i candidati. Ci vogliono decisioni rapide. Siamo lucidi, Sarkozy ha vinto la sua scommessa, adesso il rinnovamento è indispensabile».
La Grande coalizione vacilla. Liberali al 10%, Linke al 7% - Guido Ambrosino
BERLINO - Il messaggio per la prossima corsa alla cancelleria - il 27 settembre la Germania tornerà alle urne per le elezioni politiche - è netto sin dai primi exit polls. «Nel voto europeo si esprime una chiara maggioranza borghese, per l'Unione democristiana e i liberali», constata trionfante il segretario della Cdu Roland Pofalla, che già si prepara a mandare all'opposizione i socialdemocratici ora al governo in una grande coalizione. La Spd resta in cantina, vicina al catastrofico 21,5% delle precedenti europee nel 2004, quando il partito fu severamente punito per i tagli al welfare voluti dall'allora cancelliere Gerhard Schröder. Come sempre accade con le grandi coalizioni, gli elettori premiano i tre partiti minori all'opposizione, ma stavolta i liberali crescono più dei verdi e dei socialisti della Linke. In Germania si vota la domenica fino alle 18, e a quell'ora la prima e la seconda rete della televisione pubblica mandano in onda gli exit poll: la Ard vede l'Unione democristiana al 38,5% (Cdu 31, Csu7,5), la Zdf al 38%. Sono circa 6 punti in meno del 44,5% che l'Unione aveva nel 2004. Ma la Cdu e la sorella bavarese Csu restano insieme di gran lunga il primo partito. E a rafforzare il campo "borghese", come qui si autodefinisce il centro-destra, viene l'avanzata dei liberali di 4-5 punti rispetto al 6,1 di cinque anni fa. La Fdp è all'11% per la Ard, al 10,5 per Zdf. I verdi, con una "forchetta" tra l'11,5 e l'11%, restano nei dintorni dell'11,9% che avevano. I socialisti, tra il 7 e il 7,5%, migliorano rispetto al precedente 6,1%. Ma la modesta avanzata delude le aspettative. In confronto a cinque anni fa, quando si presentava la sola Pds, c'è stata la fusione con la lista della Wasg guidata da Oskar Lafontaine. Il partito si è radicato da allora anche nei Länder occidentali. I sondaggi gli accreditano un potenziale del 10 per cento, che però la Linke non è riuscita interamente a mobilitare. Come che sia, non sembra che la crisi economica sposti a sinistra l'elettorato. "Più che della giustizia sociale, la gente si preoccupa della stabilità del sistema e preferisce evitare esperimenti", commentano gli analisti dell'istituto demoscopico Forsa. Sebbene in 7 Länder si votasse anche per le comunali, la partecipazione al voto europeo è scesa ancora in confronto al già basso 43% del 2004. Stavolta, secondo dati parziali, la quota dei votanti si aggira sul 42%. Di Europa, nella campagna elettorale, si è parlato pochissimo.
L'Italia si scopre astensionista - Francesco Piccioni
Le urne europee attirano molto meno di quelle locali. Ma l'astensione nel continente è stata più contenuta del previsto: solo un punto in percentuale in meno delle passate elezioni. In Italia invece l'affluenza è stata ben superiore alla media: meno 7% rispetto al 2004. Diversi sondaggisti, nell'ultima settimana, avevano cominciato a prevedere un aumento dell'astensionismo, con una «forchetta» tra il 3 e il 5%. Veniva anche data una spiegazione politica di questo calo: i cattolici praticanti più moderati, che avrebbero volentieri votato Silvio - e non per Casini o i democristiani presenti nel Pd - ma che potevano risultare nauseati dalla successione senza posa di «veline», «frequentazioni con minorenni», «divorzio» annunciato ed esibizioni di machismo sconvenienti sempre, ma vergognose per un ultrasettantenne. Su questo elettorato, si diceva anche, l'influenza critica maggiore non viene da Repubblica o altri quotidiani di area democratica, ma dalla universalmente diffusa - parrocchia per parrocchia - Famiglia Cristiana. Che nelle ultime settimane ha ripreso e amplificato le prese di distanza o i richiami alla «sobrietà» provenienti dalle alte gerarchie ecclesiastiche. Alla fine, quando mancavano pochi comuni per concludere la conta finale dei votanti, l'affluenza veniva data al 66,17%, di contro al 73,41 di cinque anni fa. Oltre sette punti in meno, che si prestano a molte interpretazioni (bisognerà vedere i dati disaggregati per territorio), ma che confermano le previsioni più drastiche. La tendenza si era affermata fin dalla prima giornata di votazione.Già alla chiusura di sabato si era registrato un calo sensibile: 17,8% contro il 20,5 di cinque anni prima. Si tratta - va ricordato - di dati assolutamente comparabili, perché anche nel 2004 si era votato di sabato e domenica (per le politiche, al contrario, siamo abituati a votare la domenica e la mattinata di lunedì). Alle 12 di ieri la differenza risultava ancora più marcata: avevano deposto la scheda soltanto il 30,7% degli elettori, mentre nel 2004 erano stati il 34,1. Oltre tre punti, come nelle previsioni. Stando ai dati sull'affluenza alle ore 19, resi noti dal ministero dell'Interno, si era recato alle urne il 52,9% degli aventi diritto. Cinque anni fa erano stati, alla stessa ora, il 58,5%. Un calo di 5,6 punti percentuali, ben oltre le attese. Poi il tracollo finale, con il dato eclatante dell'Aquila, dove 3 elettori su 4 hanno rinunciato ad esercitare il loro diritto. La disaffezione si è concentrata proprio sul voto europeo, perché nei comuni e nelle province in cui si dovevano rinnovare i consigli relativi l'affluenza è, sì, diminuita, ma in misura decisamente inferiore. Nei 4.095 comuni da rinnovare, alle ore 19, aveva votato il 64,3% dei cittadini elettori, mentre nelle consultazioni precedenti erano stati il 67%. Stesso discorso per le province (che pure sono l'amministrazione locale meno «sentita», con il 56,8% invece del 60,6 di quattro anni prima. Dunque non è azzardato dire che, senza il «traino» delle elezioni amministrative locali, il dato di affluenza nazionale sarebbe stato ancora inferiore. In parte perché, nel voto locale, si hanno di solito ragioni molto concrete per votare (la promessa costruzione di una pista ciclabile come il mantenimento in essere di rapporti clientelari, ecc), mentre l'Europa viene di solito menzionata in abbinamento a norme, obblighi, vincoli. La crescita dell'astensionismo è certamente un problema europeo, una costante che chi va accentuando elezione dopo elezione. Secondo i dati ieri sera, stavolta ha votato il 43,4% degli aventi diritto nei 27 paesi dell'Unione. Nel 2004 erano stati il 45,47, ma mancavano Bulgaria e Romania. calcolando la media dei votanti in quei paesi, nello stesso periodo, ne vien fuori una media del 44,4%; e quindi un calo di un solo punto percentuale. In Francia, alle 17 (unico dato certo al momento di scrivere), aveva votato il 33,18%, con un calo leggerissimo rispetto a cinque anni prima (33,34). In Portogallo, alle 16, lo aveva fatto il 26,82%, con un calo di appena un punto. La Spagna, al contrario, non ha fatto registrare significativi spostamenti nell'affluenza ai seggi: il 45,81%, analoga a quella del 2004. Discorso abbastanza simile per la Germania, dove l'affluenza, è stata del 42,5% (64,3 milioni di elettori aventi diritto), in lieve calo rispetto al 43% del 2004 (45,2% nel 1999) e il peggior risultato dal dopoguerra. In controtendenza la Slovacchia, dove però ha votato soltanto il 19% degli elettori, ma comunque con un progresso rispetto al misero 17% di cinque anni fa. Addirittura più «entusiasta» la solitamente euroscettica Polonia, fermatasi al 27,4%; molti di più, comunque, rispetto al 20,87% del 2005 (quando, per Varsavia, si tennero le prime elezioni europee). Non è invece calata di molto in Grecia dove, nonostante un clima politico molto acceso e una partecipazione massiccia alle proteste di piazza, la presenza ai seggi non è stata superiore al 45%.
La resistenza Pd: «È stato fermato» - Daniela Preziosi
ROMA - Il cauto ottimismo circolato in serata a via del Nazareno si raffredda, quando, a mezzanotte meno un quarto, si sparge la voce che sarà Piero Fassino a fare la prima dichiarazione a nome del partito. Fin qui si è visto solo Umberto Ranieri, che commenta i primi dati provenenti dal resto d'Europa, e Luigi Berlinguer, il capolista del nordest, che si limita a un «abbiamo fermato Berlusconi. Se fossimo al 27 ci metterei la firma». L'ex segretario Ds, invece, entra nell'affollata sala stampa allestita nella sede del Pd, evita il terrazzo esposto alla luna piena ma anche ai cronisti, prima di dichiarare parla fitto fitto con il portavoce di Dario Franceschini. A quest'ora la seconda proiezione di Sky dà il Pd intorno al 26,5. Un po' meno del primo dato che era circolato, gli instant poll dell'Ipr che, intorno alle 20 (ufficialmente alle 22), avevano piazzato il risultato dei democratici in una forbice fra il 27 e 31 per cento e il Pdl fra il 39 e il 43. A mezzanotte, dunque, arriva una notizia buona e una cattiva. Quella buona è che a quest'ora il Pdl sembra lontano dal tetto del 40 per cento. Quella cattiva però è che il Pd non arriva al 27. Le ultime proiezioni disponibili, quelle delle 00.30 però sciolgono almeno un po' la tensione dei democratici: 27,2%. Fassino misura le parole con attenzione, per questo hanno mandato lui fra i giornalisti: «Sulla base dei dati fin qui conosciuti risulta evidente che il voto segna su scala europea uno spostamento a destra su cui occorrerà fare una riflessione attenta e che non può che suscitare preoccupazione. In questo panorama il Pd si conferma, sulla base dei primi dati fin qui noti, una delle principali forze del campo progressista europeo». Fin qui bocche cucite. Dario Franceschini resta al piano di sotto, chi entra nel suo studio lo trova incollato al computer a seguire le notizie che arrivano. Dal Nord est arrivano dati smaglianti. Come gli altri dirigenti: c'è, appunto, Piero Fassino, c'è Beppe Fioroni, passa anche Franco Marini. Il 26,5 non è buon risultato, ovviamente, né il 26,8 che Raidue dà come seconda proiezione. Ma neanche tanto male, si affrettano a spiegare in via del Nazareno. Intanto, non è il disastro della soglia 25, e tanto meno il baratro del 22 che il partito aveva toccato all'indomani della sconfitta sarda e delle dimissioni di Walter Veltroni. Però quella soglia, il 25, negli ultimi giorni era sembrata molto più lontana. E invece, in questa notte lunga notte democratica, sono molto più lontani il 33,2 per cento delle scorse politiche, e il 31,1 delle europee del 2004, quando i Ds e la Margherita si erano presentati insieme a i socialisti di Boselli e i Repubblicani di Luciana Sbarbati (i primi, poi, non sono mai entrati nel Pd). Menomale che Silvio non sfonda. La terza proiezione Sky dà il Pdl fermo al 36. Di Pietro sì, viene dato all'8,3, ma questa sarà un'altra storia. Intanto bisogna portare a casa la sconfitta dell'avversario, almeno rispetto alla soglia che il premier stesso si era dato. «Se i dati sono questi - dice infatti Marini - i cittadini hanno riconosciuto nel Pd l'unica alternativa. Ora dobbiamo lavorare su questo». Poi aggiunge: «Non dimentichiamo che dopo le dimissioni di Veltroni, e io non ho capito ancora perché si sia dimesso, abbiamo fatto una campagna in cui, anche gente che non era nostra avversaria diceva che eravamo spacciati. Ora invece si è capito che come alternativa a Berlusconi ci siamo noi». Nel pomeriggio, Franceschini, ha fatto una mossa da leader responsabile. A urne ancora aperte ha convocato una riunione allargata alla Camera. Quasi allargatissima: sono arrivati i vertici parlamentari, nessuno dei big è voluto mancare. Arriva Massimo D'Alema, Franco Marini, Pier Luigi Bersani, Piero Fassino. Una breve analisi di house poll e degli ultimi sondaggi, una prima valutazione sull'unico dato certo, il calo dei votanti. Ma il senso dell'incontro è un altro. Dario Franceschini ringrazia il gruppo dirigente del Pd per «lo spirito di servizio» mostrato in campagna elettorale, soprattutto per l'unità e la compattezza. «Non mi sono sentito solo» dice il segretario. Ma adesso «il lavoro non è ancora concluso: ci saranno i ballottaggi e c'è anche il referendum elettorale». Sul sì al referendum, non è un mistero, in tanti auspicano un ripensamento. Niente polemiche, niente risse almeno fino alla fine dei ballottaggi. Niente analisi del voto sui giornali, meglio usare le «sedi opportune». Parla anche Marini, gli dà man forte, tutti sembrano accettare. Poi, più tardi però qualcosa scricchiola. «Il Pd tiene perché va oltre il socialismo», dice Fioroni. Un'allusione neanche tanto velata a una delle questioni aperte, la collocazione europea del partito, al momento gli eurodemocratici si siederanno nel gruppo misto. Franceschini ha chiesto ancora una volta la tregua interna, prima dell'avvio del congresso. Ma non è detto che stavolta la ottenga.
Cavaliere calante. Plebiscito fallito - Micaela Bongi
Più di due punti sotto rispetto alle elezioni politiche del 2006, peggio anche delle ultime europee del 2004. Per il Pdl il suo leader Silvio Berlusconi, le prime proiezioni sono una vera sberla. I «papi boys» si riuniscono a via dell'Umiltà per aspettare il risultato del voto. Arriva per primo Daniele Capezzone, sorride sempre e comunque, saluta educatamente chi è gia nella sede nazionale del Pdl. E' il portavoce, lui, anche se l'aria non è delle migliori usa le buone maniere. Ma Maurizio Gasparri non ci prova nemmeno, ché tanto non gli riesce: arriva sottoil gazebo allestito nel palazzo dietro via del Corso e alla giornalista dell'Unità che gli chiede di commentare le prime proiezioni che danno il Pdl il 39 per cento ribatte sguaiato: «Ma stia zitta, ancora con queste domande, vada a fare il funerale a Franceschini...». Nervoso? Ma come? A sentire il primo commento che arriva dalle file pidielline, quello del forzista Lucio Malan, anche il 39 per cento, «l'improbabile base della forchetta» che nel primo istant poll arriva al 42, «il risultato del Pdl è il migliore degli ultimi 50 anni per qualsiasi partito». Ma è ancora presto. Passano i minuti, e quel risultato, che comunque è un punto percentuale sotto la peggiore delle previsioni fatte da Silvio Berlusconi, che come da tradizione aspetta l'esito del voto a Arcore, peggiora. Dal 40 al 45, dicevano i i sondaggi sbandierati dal premier fino all'altro giorno. Andando al seggio nel tardo pomeriggio, il Cavaliere non si risparmia nemmeno le ultime battute di campagna elettorale, fuori tempo massimo: giura che il destino di Kakà non è ancora deciso, sentirà il giocatore brasiliano - che in realtà è già in partenza per Madrid - questa sera. E promette un proliferare di new town a partire da settembre, per i giovani che vorrebero sposarsi ma non hanno una casa. Tutto fa brodo. Le urne chiudono, a via dell'Umiltà arrivano il coordinatore Denis Verdini, il capogruppo della camera Fabrizio Cicchitto, il sindaco di Roma Gianni Alemanno... E' qui la festa? Non pare proprio. Dagli istant poll si passa alle prime proiezioni. Pdl al 39 per cento, dice ancoraSky, e non sarà il 40 che come minimo si aspetta Berlusconi (che dunque in ogni caso non potrebbe esultare) ma è comunque più del 37,4 delle ultime politiche. Insieme al dato della Lega (9,5) in base a questi risultati provvisori la coalizione è al 48,5. La prima proiezione della Rai è però inclemente: Pdl al 35,4, due punti sotto rispetto alle politiche, quando ancora il «partito degli italiani» era nato solo sul predellino e non aveva celebrato i suoi futuri fasti nella mega kermesse della Fiera di Roma. Il solito Gasparri poco prima si beava con la «catastrofe totale per il centrosinistra» aspettandosi le dimissioni immediate di Dario Franceschini. Ma il Pdl cala anche nella seconda proiezione Sky: 36 per cento. La seconda proiezione Rai è una vera botta: 35 per cento, e alle europee Forza Italia, An, Udeur e Alessandra Mussolini tutti insieme erano al 35,6. A questo punto Fabrizio Cicchitto comincia a vacillare: «Aspettiamo, i dati sono in continuo cambiamento e comunque si certifica il distacco tra noi e l'opposizione, c'è una differenza tra noi e il Pd... ». C'è chi si attacca all'astensionismo, soprattutto al sud. C'è Ignazio la Russa che già dice «non credo ci possa essere nemmeno una discussione sulla ottima azione del governo». C'è Verdini che aggiunge «queste proiezioni penso non siano ancora corrette». C'è il forzista Osvaldo Napoli che canta comunque vittoria per il suo leader e per Sarkozy «con la differenza che Berlusconi ha dovuto navigare controcorrente come nessun altro leader europeo». Ma se poi ancora Ignazio la Russa, a Porta a Porta, arriva a dire che il Pdl certo è forte, ma se il risultato delle proiezioni fosse confermato «non sarebbe soddisfacente al 100 per cento, soprattutto per gli ottimisti», allora vuol dire che i «papi boys» sono seriamente preoccupati. E Silvio tace. I pidiellini, pure ex nazional-alleati, arrivano a attaccarsi al risultato della Lega. Ma il successo del Carroccio già cambia le carte sul tavolo di una coalizione già in tensione. E i dati degli altri partiti dicono che non è tempo di bipartitismo. Non solo: se il risultato fosse confermato, il Pdl non sarebbe il primo gruppo all'interno del Ppe, come sperava Berlusconi. E si allontana anche la possibilità che il forzista Mario Mauro diventi il presidente del parlamento europeo.
Rifondazione si blocca sotto il 4%. E Ferrero rilancia l'unità - Sara Menafra
Unità. Ci vorrebbe tanto poco per riprendere a respirare. Paolo Ferrero si presenta davanti alle telecamere a mezzanotte con risultati ancora incerti. L'ultimo della Rai dà il Prc al 3,2% e 2,9% per Sinistra e libertà. Insieme ce l'avrebbero fatta, segretario, chiedono i cronisti incastrati tra le telecamere: «E' stata una scissione che forse non valeva la pena di fare», risponde lui. «Abbiamo insistito fino all'ultimo nel proporre una lista unita per la sinistra»». Non vuole dire altro e del resto anche quelle parole sono una scelta solitaria, Diliberto si è guardato bene dal presentarsi al comitato elettorale in viale del Policlinico. La veglia di Rifondazione comunista comincia bene e finisce nel buio. Alle 10, l'unico sondaggista che si sia accollato il rischio di tentare l'exit poll, Ipr Marketing per La7, accredita il Prc come l'unico tra i piccoli partiti dell'opposizione che al quattro per cento. Con Sinistra e libertà annichilita tra l'1 e il 3. Giovanni Russo Spena si mette il sigaro in bocca e sorride: «Ne parliamo dopo». Passa mezz'ora e le proiezioni di Skytg24 sono una doccia gelata: Rifondazione comunista viene data al 2,5%, Sinistra e Libertà al 3. Si affianca il nuovo istan poll di Repubblica.it: Sl tra il 2,5 e il 3,5%, Rifondazione tra l'1,5 e il 3,5%. La sala ammutolisce. Del resto, le elezioni sono un po' un derby: conta se vince e o se perde la tua squadra, ma conta anche se il tuo avversario ha perso un po' più di te. Stavolta è anche peggio, perché le elezioni europee sono il primo test post scissione e proietteranno la loro ombra sul futuro della malconcia sinistra italiana. Gli scenari possibili, fino all'ultimo, sono almeno tre: il Prc prende il 4 e Sl no. Oppure, se nessuno passa, bisogna guardare chi è più vicino al traguardo. Il primo scenario è ovviamente quello che in via del Policlinico piace più di tutti. Se Rifondazione ce la fa e Sinistra e libertà è ben distanziata, i dirigenti di oggi tirano un sospiro di sollievo: avanti così e dell'unità dei comunisti, cui tiene il responsabile dell'organizzazione Claudio Grassi ma che Ferrero trova troppo stretta, si parlerà più in là. Opposto il risultato politico se è Sinistra e libertà a prendere un voto in più di Rifondazione. Una brutta botta che rischierebbe di costringere Rifondazione e Pdci sul progetto identitario. Uno spazio si apre invece se è, come sembrava ieri sera, Rifondazione a prendere poco più di Sinistra e libertà. Per sopravvivere e puntare ad allargarsi, Ferrero potrebbe provare a riaprire la discussione puntando all'unità e rimettendo in discussione il simbolo. In tasca aveva, già ieri sera, una carta in più. «Se è lui ad aprire, può contare sull'appoggio di Fausto Bertinotti», dice un dirigente di Sinistra e libertà a mezzabocca sottolineando come l'ex segretario si sia tenuto lontano dalla campagna elettorale parlando più o meno male di tutta la sinistra: «Per qualcuno, il ritorno in scena dell'ex leader potrebbe avere un certo peso».
Si infrange sul quorum il «sogno utile» di Vendola e Fava - Matteo Bartocci
Si guardano i numeri di sondaggi e proiezioni come sull'ottovolante a via Napoleone III, sede provvisoria di «Sinistra e libertà» . L'onda d'urto del quorum soffoca almeno in parte il «sogno utile» di Vendola e soci. La lista rosso-verde nata tre mesi fa si ferma tra il 2,9% e il 3,3%. Troppo poco per accedere a Strasburgo ma comunque un risultato positivo sia rispetto al naufragio dell'Arcobaleno dell'aprile 2008 (3,1%) sia perché fa intravedere, almeno dai primi dati, il testa a testa se non il sorpasso della sinistra ambientalista su quella comunista e anticapitalista di Ferrero e Diliberto. Un risultato che sarebbe clamoroso, almeno nel recinto della sinistra «radicale». «Se queste prime proiezioni saranno confermate - commentano a Sinistra democratica, la formazione ex Ds di Fava e Mussi - il consenso a questo progetto è incontestabile. Tanto più che non abbiamo uno zoccolo duro 'identitario' come la falce e martello. Dobbiamo andare avanti a prescindere dal dato elettorale». Gennaro Migliore (del Movimento per la sinistra di Vendola) è sicuro: «Siamo una forza giovane, abbiamo presentato il simbolo da appena 20 giorni e quindi il risultato ci conforta. Andremo avanti come avevamo promesso». Anche il Verde Paolo Cento, a urne appena chiuse e dati ancora incertissimi, si consola: «Il sistema tendenzialmente bipartitico a cui miravano Pdl e Pd è fallito. C'è un'area popolare di sinistra e ambientalista quasi del 7% che nel suo insieme è equivalente a quella di Di Pietro e Casini anche se stenta a essere utile e politicamente credibile». D'ora in poi il punto è come, per fare che cosa e con chi. Può sembrare paradossale in un contesto un po' lillipuziano come questo ma il risultato di Sinistra e libertà è destinato a pesare non poco su equilibri più grandi fino all'interno del prossimo congresso del Pd. E' chiaro che un risultato onorevole consentirebbe all'ala sinistra di quel partito di mantenere una prospettiva di alleanza diversa o parallela rispetto a quella solo al centro. Viceversa, invece, se dovesse passare solo il «polo autonomo comunista» il Pd potrebbe essere tentato dallo spostarsi a destra dialogando da presso solo con Casini e Di Pietro. In ogni caso, a prescindere dai desideri dei vari gruppi fondatori, i risultati della sinistra rosso-verde e di quella comunista andranno letti più in termini dinamici che di «bandierina». Può dirsi assodato, infatti, che un'area diffusa a sinistra del Pd esiste e resiste nonostante la sostanziale cancellazione dai palinsesti televisivi, la privazione truffaldina e bipartisan dei rimborsi elettorali e l'innalzamento ad hoc del quorum alla soglia del 4%. Sarà interessante, infine, capire come si sono distribuite le preferenze all'interno di queste alleanze elettorali tra formazioni diverse zeppe di indipendenti. Non è escluso che anche qui le sorprese non manchino.
Di Pietro fa festa C'è un vincitore all'opposizione - Andrea Fabozzi
ROMA - Otto percento. Raddoppio secco in due anni, addirittura quattro volte il risultato delle scorse europee. C'è un vincitore nel campo non berlusconiano ed è Antonio Di Pietro. Il quarto partito d'Italia sulla base delle prime, seconde e terze proiezioni. Va di lusso all'Italia dei valori, e questo a prescindere dai risultati. La festa è iniziata da tempo quando le televisioni partono con la diretta e gli schermi illuminano la penombra sulla terrazza dell'hotel Majestic di Roma. In via Veneto. Atmosfera da prima Repubblica spendacciona per il partito dell'ex pm che quei lussi ha provveduto a stroncare. Musica, camerieri, forchette nel carpaccio di manzo. E la forchetta degli istant poll di La7 che rallegra senza esaltare un partito che sognava la doppia cifra. Di Pietro arriva a Fiumicino in tempo per i primi dati, sbarca di corsa al Majestic con un commento già pronto: «Adesso il Pd deve scegliere. O con l'Udc o con l'Italia dei valori». Lo dice lui: «Non c'è dubbio che non sarà una scelta facile». L'ex pm ha un piano per i prossimi mesi: trasformare Italia dei valori che adesso dipende da lui in maniera totale - anche finanziariamente - in un partito vero. Con un esecutivo nazionale a giugno e un congresso negli stessi giorni di quello del Pd, in autunno. «Questo - dice mentre lo festeggiano - non è più il partito solo di Di Pietro. Vogliamo essere chiamati Italia dei Valori». Tra il 5% e l'8% diceva l'istant poll delle 22.00. Andrà al massimo con le ultime proiezioni disponibili: 7,9%. Al fresco della terrazza gioisce la pattuglia dei nuovi eurodeputati di Di Pietro. Il professor Nicola Tranfaglia che quindici mesi fa era un deputato comunista si vede proiettato a Strasburgo nel gruppo dei liberali. Trionfatore annunciato, l'ex pubblico ministero di Catanzaro Luigi De Magistris risorge dalle condanne del Csm e dagli attacchi politici per diventare il vero alter ego di Tonino, sempre geloso dei suoi numeri due. Insieme a lui a Strasburgo il giornalista del Corriere della Sera che ha seguito le inchieste di Catanzaro come cronista, Carlo Vulpio. «Se questo sarà il risultato dell'Idv - è il primo commento di De Magistris - sarà linfa vitale per le forze democratiche». «È stata premiata l'opposizione intransigente» aggiunge Leoluca Orlando, portavoce del partito e anche lui candidato «civetta» alle europee, come Di Pietro, perché non eleggibile in quanto parlamentare nazionale. Questa volta, con l'otto percento in tasca, l'esperienza europea dell'Idv non potrà che andare meglio del 2004. Allora la lista con Achille Occhetto e Giulietto Chiesa si frantumò a colpi di cause civili: Tonino fu accusato di intascare tutti i rimborsi elettorali. La nuova pattuglia di eurodeputati potrà contare su Sonia Alfano, figlia di Beppe, giornalista ammazzato da Cosa nostra. Pino Arlacchi, ex vicesegretario delle Nazioni unite, sarà probabilmente della partita. E così l'assistente di volo dell'Alitalia Maruska Piredda, Gianni Vattimo e lo scrittore Giorgio Pressburger. Ma bisognerà aspettare l'alba e il conto delle preferenze. Intanto va la notte romana dell'Italia dei valori. E non potrebbe essere più dolce.
Il Carroccio vola raddoppia i voti e sogna il sorpasso - Alessandro Braga
MILANO - Per capire se sarà «solo» un successo o addirittura un'apoteosi bisognerà aspettare i dati disaggregati regione per regione. Solo allora si saprà se la Lega nord è riuscita nella sua operazione di sorpasso nei confronti del Popolo della libertà nelle sue roccaforti nordiche. I dirigenti del Carroccio, con cauto ottimismo, strizzavano l'occhio assaporando la scena: abbaglianti, freccia a destra e via, strada libera sull'autostrada Milano-Venezia. Gli occhi sono tutti puntati sul Veneto. È lì che si gioca la sfida più importante, tutta interna al centrodestra. Fosse vero quello che qualche giorno fa aveva anticipato il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli, «avremo risultati imbarazzanti», sottointendendo una stravittoria del Carroccio destinato a diventare il primo partito, al di sopra del Pdl, allora Silvio Berlusconi dovrebbe cedere all'alleato padano la poltrona di governatore di quella regione per le elezioni del prossimo anno. La Lega ha già pronti i nomi per scalzare il neosposo Giancarlo Galan dalla sua poltrona: sono il ministro dell'Agricoltura Luca Zaia o il sindaco di Verona Flacio Tosi. E anche in Lombardia, sebbene il partito del predellino berlusconiano dovrebbe confermarsi leader, ci potrebbe essere una scena simile. E visto che la Lega non ha mai nascosto il suo desiderio di vedere un padano al piano più alto del Pirellone, potrebbero essere dolori per il premier, e soprattutto per il «celeste» governatore lombardo Roberto Formigoni. Quello che è certo, al di là della questione sorpasso o meno nel nord est, è che il Carroccio ha fatto il boom. Addirittura raddoppiando a livello nazionale i dati di cinque anni fa. Allora il partito del Senatur si fermò al 5%. Oggi naviga vicino alla doppia cifra. Da via Bellerio, dove tutto il gruppo dirigente padano ha atteso i dati elettorali, i primi commenti a caldo, seppur cauti, non nascondono l'ottimismo che si respira. «La Lega sta avanzando anche rispetto al risultato già importante ottenuto l'anno scorso», ha detto il sottosegretario Roberto Castelli. Sulla stessa linea anche il capogruppo alla Camera Roberto Cota e il segretario della Lega lombarda Giancarlo Giorgetti: «Il risultato che stiamo ottenendo garantisce che potremo fare una battaglia per cambiare l'Europa, per il contrasto all'immigrazione clandestina e per non fare entrare la Turchia nell'Unione europea». Umberto Bossi, a urne ancora aperte, ieri aveva provato a raffreddare un po' i toni entusiastici, dicendo che se la Lega avesse raggiunto il 10% si sarebbe considerato «contento», ma sottolineando come le elezioni europee «interessino poco il popolo». Come che sia, da domani il Carroccio avrà una carta in più da giocare nei rapporti con gli alleati di governo. Un dato che potrebbe attestare la Lega sopra il 10% a livello nazionale, con un possibile sorpasso nei confronti del Popolo della libertà nel Veneto, e uno sfondamento anche in zone tradizionalmente «ostili» ai padani, come Emilia Romagna e Toscana, potrebbe portare Umberto Bossi a alzare il tiro delle sue richieste. A quel punto per Berlusconi sarebbe difficile dire molti no agli alleati.
«Oltre 50 mila italiani esclusi dal voto in Francia, Olanda e Finlandia»
Eleonora Martini
Per ora sono solo proiezioni effettuate sulla base di testimonianze raccolte direttamente dai seggi. Ma sono dati che, se confermati, fanno una certa impressione. «Oltre 50 mila italiani residenti in Europa potrebbero essere stati esclusi dal voto: circa il 25% degli aventi diritto che vivono in Francia, in Olanda e in Finlandia». La denuncia viene da Eugenio Marino, del coordinamento nazionale Pd all'estero dove, come si può immaginare, regna in queste ore una certa inquietudine. Perché, al contrario di quanto vorrebbe un luogo comune, i nostri connazionali emigrati nel mondo tradizionalmente votano perlopiù a sinistra, come ricorderà per sempre l'allora ministro degli italiani all'estero Mirko Tremaglia dal 9 aprile 2006 quando il loro voto fu determinante per la vittoria di Romano Prodi. Anche se la legge che porta il nome dell'ex missino e che istituisce il voto per corrispondenza si applica solo per le elezioni politiche e per i referendum. Nel caso dello scrutinio per il rinnovo del parlamento europeo, invece, l'elettore italiano residente in uno dei 26 paesi dell'Ue ha davanti a sé una doppia possibilità: il voto ai candidati del paese ospitante o a quelli del paese d'origine. Ma solo la prima opzione deve essere esplicitata formalmente e implica l'immediata cancellazione dalle liste degli italiani aventi diritto al voto, stilate dal ministero degli interni. Per le elezioni amministrative invece si può votare solo tornando in Italia. Ma i nostri emigrati residenti in alcuni paesi come la Francia, l'Olanda e la Finlandia, appunto, hanno anche la fortuna di aver riconosciuto il proprio diritto a votare per il rinnovo delle amministrazioni locali. Così è successo che molti dei quasi 273 mila italiani d'Oltralpe, degli oltre 22 mila residenti nei Paesi bassi e dei 1218 elettori che vivono in Finlandia, siano stati cancellati dalle liste perché considerati "optanti". È la stessa Farnesina a spiegare la questione in una nota: «I casi segnalati in alcuni Paesi di connazionali che risultano non aver potuto votare nei seggi allestiti presso le rappresentanze diplomatico-consolari italiane si spiegano con la circostanza che questi elettori hanno in passato chiesto di iscriversi alle liste elettorali locali in occasione di precedenti consultazioni elettorali, europee o anche amministrative, e sono pertanto rimasti iscritti in tali liste, non avendo formulato espressa rinuncia nei termini di legge (che doveva essere presentata entro il 31 dicembre 2008, ndr). Questi cittadini hanno quindi diritto a votare i candidati locali al Parlamento europeo del Paese in cui risiedono». Nella sola circoscrizione di Parigi, secondo il Console Cesare Morbelli, almeno un centinaio di persone non hanno potuto votare. Ma per avere dati certi bisognerà aspettare la conclusione delle operazioni di scrutinio dei 580 seggi istituiti dalla rete diplomatico-consolare nei 26 paesi dell'Unione. L'affluenza, a chiusura delle urne avvenuta alle 20 del 6 giugno, è stata piuttosto bassa: 6,56% rispetto al 10,8% del 2004 (79.594 votanti rispetto ai 118.924 del 2004), secondo i dati diffusi dalla Farnesina che mette in relazione il calo di votanti con «un forte incremento del numero di elettori che hanno optato per il voto per i candidati locali (da 70 mila a 113.600)». «Quanto è successo dimostra l'assoluta inefficienza del ministero degli interni - accusa il democratico Eugenio Marino - e la volontà politica di creare continuamente problemi di tutti i tipi per il voto degli italiani all'estero ben sapendo qual è l'orientamento prevalente dei nostri connazionali residenti nel mondo».
Al voto sognando l'Aquila. E le urne restano vuote - Gabriele Polo
L'AQUILA - Tendopoli di piazza d'Armi, sabato 6 giugno, ore 15,01. Nel seggio 44 gli scrutatori hanno appena finito di sistemare registro, schede, matite e timbro: Carla e Claudio arrivano per primi, votano, danno uno sguardo alla loro casa inagibile - lì, appena al di là del campo - da cui sono usciti per l'ultima volta esattamente due mesi fa. Per rifugiarsi a Roma con il figlio tredicenne, che oggi non è voluto nemmeno venire. «Non vuole vedere tutto questo». Loro, invece, sono venuti. A votare «per dare un segnale, per dire che siamo vivi, perché le promesse sono state tante, ma i fatti pochi», dice Carla. «Mia moglie ha perso il lavoro - aggiunge Claudio - io faccio l'operaio, ma l'azienda è traballante quasi quanto casa nostra. Abbiamo cercato un alloggio in affitto nei paesi qui attorno, ma ti chiedono anche 500 euro per 40 metri quadrati. E così, ci siamo rifugiati da mia sorella, due nuclei famigliari in 60 metri quadri. Eppure continuano a farci promesse». Facile immaginare cosa abbiano votato. Cinque minuti dopo, tenda a fianco, seggio 40, arrivano Marilena e Nicola. Qualche anno di più rispetto a Carla e Claudio e anche una condizione meno difficile. Sono sfollati sulla costa, dove possiedono una casa: «E lì aspettiamo. Ma noi ci fidiamo. La protezione civile è stata meravigliosa, il governo sta facendo il possibile. Speriamo che anche la gestione dei tanti soldi messi a disposizione sia pulita come lo è stata la fase dell'emergenza». Anche in questo caso è facile immaginare quale possa essere il loro voto. Chi l'ha detto che il terremoto cancella le differenze? Tuttavia le nostre due coppie una cosa comune - anzi identica - la dicono: «Quel che ci manca soprattutto è L'Aquila». E non parlano di un insieme di case più o meno belle, alludono a qualcosa di più: storie personali, rapporti sociali, relazioni di comunità. Ciò che fa di un agglomerato una città. Quel che l'emergenza «naturalmente» ignora, quel che la ricostruzione dovrebbe prevedere. Sarà anche questo sbriciolamento della cittadinanza ad aver tenuto lontani dalle urne europee moltissimi aquilani. Sarà il disagio dei 35.000 sfollati sulla costa che avrebbero dovuto mettersi in viaggio verso il seggio d'appartenenza, perché i servizi navetta predisposti dalla Prefettura sono rimasti semivuoti. «Ma non potevano farli votare tra alberghi e case di villeggiatura - spiega il prefetto Gabrielli - con il rischio che qualcuno votasse più volte». Sarà, soprattutto, che la mente è altrove e che l'unico voto che interessa davvero è quello del Parlamento sul decreto Abruzzo, la prossima settimana. Fatto sta che l'astensionismo è alto - 28 persone in un'ora nei tre seggi di piazza d'Armi - e qualcuno, tra i responsabili della protezione civile, arriva a pensare che sia un silenzioso gesto di protesta. In attesa dei dati definitivi, alle 19 di ieri, la percentuale dei votanti a L'Aquila era ferma al 31,67%, la metà rispetto alle Europee del 2004. Anche il rinvio a una data tra il primo novembre e il 15 dicembre dell'appuntamento per le provinciali deve aver contribuito. Difficile aspettarsi qualcosa di diverso da elezioni in cui le sedi della politica conoscono la precarietà delle tende: quelle dei seggi, quelle dei partiti (unica eccezione sono i camper elettorali di Berlusconi), quelle degli abitanti in cui si parla solo di caldo e freddo, dei 20 siti scelti per le casette «provvisorie» in attesa di una ricostruzione vera e propria, se mai avverrà. E, soprattutto, di come avverrà. La signora Luigia ha lo sguardo triste, indica la «sua» tendopoli di piazza d'Armi e sbuffa: «Io qui non ne posso più. Siamo un migliaio, sembra un campo rom, c'è una confusione bestiale e, allo stesso tempo, ci si annoia. Tra i tanti guai c'è quello di non sapere quando e come avremo una casa, chi sarà il tuo vicino, quali negozi avremo attorno, che ne sarà del nostro lavoro. Che faremo, insomma». Così si mette «di guardia» all'ingresso riservato agli elettori, sperando d'incontrare qualche conoscente tra chi arriva con la tessera elettorale alla mano. «Per scambiare due parole». E a votare non ci va? «Io dovrei andare dall'altra parte della città - risponde - Non credo che lo farò. Magari ci andrò domani (domenica, ndr) a votare, se non fa troppo caldo». Ma se l'astensionismo è frutto di una condizione di cittadinanza precaria, chi va a votare lo fa proprio per restare aggrappato a una partecipazione comune, o - almeno - a una sua parvenza. «Si, sì, adesso ci vado a votare - dice Alfredo - Non che sia il mio pensiero principale, ma... insomma bisogna pur esserci». Se poi da piazza d'Armi ci si sposta a Coppito, sembra quasi di ritrovare antiche passioni. E' il «sito» gestito dalla Cgil - insieme alla Pro Loco - dove tutto è un po' diverso: ordine da campo-scout, la miglior mensa tra quelle delle tendopoli, nessun affollamento. E la sinistra a organizzare tutto, dalla festa di compleanno dell'undicenne Stefano - con torta e coro augurale - alle preferenze sulle schede elettorali. Del resto è una tradizione: «Una volta prevedevamo esattamente l'esito di ogni elezione - ricorda Fabrizio - Il risultato del Pci variava nel rapporto tra nuovi elettori e defunti. Poi è cambiato tutto...». Il crollo del muro, la Bolognina? «Ma no, hanno aperto la caserma della Guardia di finanza, quella dove faranno il G8, la platea elettorale è cambiata. E quindi...». Quindi anche qui l'afflusso è «fuori controllo» e per nulla straordinario: nelle prime tre ore del voto, ai seggi 33, 34 e 35, si andava dal 4 al 7 per cento. Un ritmo costantemente lento che ieri non è cambiato. L'affluenza non è il centro del mondo e nemmeno i risultati che verranno, più che altro si pensa a preparare l'assemblea sulla ricostruzione che la Cgil di L'Aquila ha indetto per oggi pomeriggio, a soppesare parola per parola i piani per l'emergenza e la ricostruzione. In una strana schizofrenia temporale: con la fretta per dare un alloggio, prima dell'inverno, a chi vive sotto una tenda e la lentezza dei tempi previsti per la ricostruzione vera e propria. Difficile che il 40% di persone che abitavano nelle case ora inagibili possano avere un tetto - anche di legno - entro la fine di settembre. Né entro dicembre, come assicura il governo. Domani iniziano i lavori nei venti siti espropriati per costruire i villaggi provvisori. Ma sui finanziamenti non c'è alcuna certezza, visto che tutto è demandato ai «maggiori introiti di giochi e lotto» (del tutto imprevedibili), mentre di «tassa di scopo» se ne parla solo qui, non a Roma. Ancor più incerto l'orizzonte della ricostruzione vera e propria: il centro storico resta chiuso e fermo nella sua spettrale precarietà, il decreto Abruzzo parla solo di «contributi per abitazioni equivalenti», cioè apre la strada all'esodo della popolazione. Buio totale sul futuro dell'Università - la maggiore impresa cittadina insieme alla pubblica amministrazione - e dei 10.000 studenti fuori sede. E, allora, anche chi fa della politica la propria passione esistenziale derubrica il voto europeo a una piccola testimonianza di cittadinanza resistente. Per ricostruire una comunità e tante vite, servirà qualcosa di più.
Tutti cantano vittoria ma è ancora un testa a testa - Michele Giorgio
BEIRUT - Il segretario generale Hassan Nasrallah e gli altri dirigenti del movimento sciita Hezbollah hanno mantenuto anche ieri, come negli ultimi giorni, un atteggiamento di basso profilo rispetto all'esito delle elezioni legislative. Peraltro nella tarda serata persino fonti vicine all'alleanza che include Hezbollah e il leader cristiano Michel Aoun parlavano in realtà di sconfitta. Mentre Samir Geagea, il politico cristiano che con la sua formazione fa parte della coalizione anti siriana «14 marzo», annunciava vittoria. Bisognerà dunque attendere e un testa a testa sembra per ora l'ipotesi più probabile. Ma in serata nella valle della Bekaa e nel sud del Libano attivisti e simpatizzanti del «Partito di Dio», poco dopo la chiusura delle urne avvenuta alle 19, avevano già cominciato a festeggiare la vittoria dell'opposizione nei confronti della coalizione di maggioranza filo-Usa guidata dal sunnita e leader del partito Mustaqbal, Saad Hariri. Festeggiamenti prematuri, frutto di indiscrezioni sullo spoglio in corso in quel momento nei distretti elettorati determinanti per l'esito di un voto dove il grosso dei 128 seggi del Parlamento era già stato deciso con candidature blindate. Al momento della chiusura di questo numero del manifesto, il ministro dell'interno Ziad Baroud non aveva ancora comunicato alcun risultato preliminare. Ma la vittoria di Hezbollah e dei suoi principali alleati - il movimento «arancione» dei Liberi Patrioti del generale cristiano Michel Aoun e l'altro partito sciita, Amal - sembrava aleggiare tanto che da Israele sono giunti pesanti avvertimenti. «Se Hezbollah vincesse le elezioni libanesi verrebbe a crearsi una nuova entità iraniana in Medio Oriente dopo Gaza...La minaccia iraniana guadagna terreno e ci costringerà ad agire, insieme agli Usa e ai Paesi arabi moderati», ha ammonito il ministro delle finanze e esponente del Likud, Yuval Steinitz. Pochi giorni fa il numero due di Hezbollah, Naim Qassem, aveva escluso categoricamente la proclamazione di una «repubblica islamica» stile iraniano, aggiungendo che in caso di vittoria Hezbollah e gli alleati proporranno un governo di unità nazionale. Nonostante le assicurazioni, l'Amministrazione Obama ha minacciato di interrompere il flusso di aiuti. L'affluenza alle urne, intorno al 53%, è stata più alta del 20% rispetto al 2005 e rappresenta la media tra la massiccia partecipazione al voto registrata nei distretti a maggioranza cristiana (con punte superiori al 70% nel Kasruan), dove si è combattuta la battaglia decisiva tra Aoun e i suoi rivali del «14 marzo», e la relativa bassa percentuale dei distretti a maggioranza musulmana. Nelle aree sunnite, come Hamra (Beirut), roccaforte di Saad Hariri, il voto era deciso da tempo e questo ha tenuto lontani molti elettori. Più alta la partecipazione a Dahiyeh, periferia sud di Beirut, controllata da Hezbollah, ancora in fase di ricostruzione dopo i bombardamenti israeliani del 2006. La tradizionale roccaforte di Hezbollah, sovrappopolata di sciiti originari del meridione libanese, ma originariamente feudo di cristiani umili (vi è nato Michel Aoun), è apparsa meno affollata del solito. La legge elettorale infatti impone di recarsi a votare nel luogo di nascita e non in quello di residenza, così Dahiye, per un giorno, si è svuotata degli sciiti, accorsi nei loro villaggi del sud del Paese ed è stata invece invasa dai cristiani, quasi tutti «arancioni» di Aoun. Scene senza precedenti per il Libano si sono viste in gran parte dei centri abitati in maggioranza da cristiani. A Beirut la ressa per votare è iniziata poco dopo l'apertura dei seggi, alle 7. Ad Achrafieh centinaia di persone sono rimaste in fila, talvolta per ore, davanti ai seggi elettorali «caldi» delle scuole Ezarieh e Zahret al Hassan mentre giovani «aunisti» e dei partiti della destra, Forze Libanesi e Falangista, distribuivano bigliettini con i nomi dei candidati «da votare». Convogli di automobili tappezzate di poster e con bandiere al vento hanno attraversato per tutto il giorno il quartiere. In tarda serata la polizia è dovuta intervenire in Piazza Sassine per fermare una rissa e ha arrestato giovani di Forze libanesi «innervositi» da notizie provenienti dalla Bekaa di festeggiamenti dell'opposizione. I due schieramenti hanno portato alle urne persone ammalate, molto anziane, puntando su ogni singolo voto, a conferma della profonda frattura politica nella minoranza cristiana. Massiccia la partecipazione dei libanesi armeni - molti dei quali rientrati in patria - schierati in gran parte con Tashnag, il partito alleato di Aoun. Un «plebiscito» di colore opposto è avvenuto nel seggio di Tariq Jdide, roccaforte di Mustaqbal, dove era candidato anche un esponente del gruppo radicale islamista della Jammaa Islamiya. Il voto è stato regolare, nonostante tentativi di intimidazione e l'arresto di tre persone che intendevano entrare nei seggi con documenti falsi. A confermarlo anche i circa 200 osservatori elettorali stranieri: l'ex senatore Usa, John Sununu e l'ex presidente Jimmy Carter.
La Stampa - 8.6.09
La speranza non è più socialista - CESARE MARTINETTI
La constatazione più desolata di questo voto europeo dominato dalle destre viene da Jack Lang, socialista francese di lungo corso: «Il partito socialista non sa più dar voce alla speranza». È una constatazione diretta al grande partito che fu di Mitterrand, ma si può estendere a tutta Europa: in Germania l'Spd non approfitta delle difficoltà di Frau Merkel, in Spagna l'ultimo socialista vincente José Luis Zapatero viene per la prima volta battuto dai popolari eredi di Aznar, in Gran Bretagna Gordon Brown sprofonda in un incubo shakespeariano. In Italia le cose vanno come sappiamo e in questo momento il Pd non è in grado di contendere la leadership a Berlusconi. Naturalmente non va dimenticato che l'affluenza è stata la più bassa da quando si elegge il Parlamento europeo a suffragio universale: 43% circa, sei punti in meno rispetto al 2004. Il record, a parte piccoli Paesi come Malta, sarà probabilmente italiano con una partecipazione di poco superiore al 50%. Un dato che non riuscirà comunque a ribaltare la fama dei nostri europarlamentari, oggetto di pesanti ironie a Bruxelles e dintorni dove sono risultati i più pagati, i più distratti e i meno assidui. I «fainéants de Strasbourg», i fannulloni di Strasburgo, titolava ieri Le Figaro. Dunque elettori italiani meglio degli eletti: ma non è una novità.
Ma il segno politico generale, più ancora della vittoria delle destre, è l'eclisse dell'orizzonte politico socialista-laburista. La fotografia di Lionel Jospin, primo ministro francese, Gerhard Schroeder, cancelliere tedesco, Göran Person, capo del governo svedese, che accoglievano Tony Blair fresco vincitore a Londra sembra appartenere a un'altra epoca. Eppure era il giugno 1997, congresso del partito socialista europeo di Malmoe. La sinistra era al governo in undici paesi su quindici dell'Unione Europea, in Italia a Palazzo Chigi c'era Romano Prodi. Cos'è accaduto? Ogni paese ha la sua storia, in Italia c'è il fenomeno Berlusconi, in Francia è spuntato un gollista che viene da lontano ma che ha saputo indossare una maschera di novità come Nicolas Sarkozy, in Germania Angela Merkel ha finalmente unito politicamente Est e Ovest. Eppure il voto di ieri, più ancora che un trionfo della destre (Sarkò incassa un 28%, la Merkel un 38 perdendo però 6 punti), è davvero la fine di un orizzonte politico. In Francia gli ecologisti di Daniel Cohn-Bendit e José Bové (alleati con Eva Joli, ex giudice castigamatti, una specie di Di Pietro al femminile) arrivano alla pari (intorno al 16%) con i socialisti di Martine Aubry, icona appassita dell'ultimo mito socialista, le 35 ore. In Germania, dove crescono solo i liberali, la Spd scende al minimo storico e a settembre uscirà anche dal governo di Grosse Koalition. L'unica vera vittoria della sinistra ha luogo in Grecia dove i socialisti battono i conservatori di Nuova Democrazia del primo ministro Kostas Karamanlis. Segnali di ripresa dei socialdemocratici si registrano in Svezia e Danimarca, dove però quei partiti rappresentano soprattutto l'idea di buona gestione e sicurezza sociale. Per la «speranza», di cui parla Lang, interpretata per un secolo da partiti che avevano bandiere variamente colorate di rosso forse è davvero finita. Dovrebbero guardare dall'altra parte dell'Atlantico dove la parola speranza si dice «hope» ed è nell'icona di Barack Obama.
I nanetti restano fuori da Strasburgo
ROMA - Il loro destino era appeso al filo del quorum. Ma è stato tutto inutile: Sinistra e Libertà, Radicali e Rifondazione comunista restano fuori dal Parlamento europeo. Nessuno dei "nanetti" è infatti riuscito a superare la soglia del 4%. I partiti che manderanno propri deputati a Strasburgo saranno solo cinque, contro i 14 del 2004 e i 18 del 1999. Sinistra e Libertà (l'alleanza che riunisce gli ex Prc bertinottiani guidati da Nichi Vendola, Sinistra democratica, il Partito socialista e i Verdi) si ferma intorno al 2,5%. Destino analogo per la Lista comunista (che mette insieme Rifondazione e i Comunisti italiani con due formazioni minori: i Consumatori uniti e Socialismo 2000, ex corrente di sinistra dei Ds, il cui leader è Cesare Salvi) che resta sotto il 4%. Una partita persa, in cui ha avuto il suo peso anche il richiamo al "voto utile" fatto dal Pd. Fuori anche tutti gli altri piccoli: Destra-Mpa, Liberaldemocratici, e così via. Il tutto per effetto della mannaia del 4%, la soglia introdotta quest'anno che impedisce di eleggere un eurodeputato anche con lo 0,5 o 0,7%, come è avvenuto in passato. Così, ad esempio, dopo ben due mandati, saluta Strasburgo Carlo Fatuzzo, segretario del Partito dei pensionati, simbolo dei piccoli. Il proporzionale puro adottato nelle precedenti europee aveva premiato i micro-partiti: cinque anni fa quattro di essi avevano strappato il diritto a mandare un deputato grazie a percentuali intorno all'1% (Udeur 1,3%; Alternativa sociale 1,2%; Partito pensionati 1,1%; Fiamma Tricolore 0,7%); solo due deputati ottennero i Verdi (2,5%), il Pdci (2,4%), l'Idv (2,1%) i Radicali (2,3%) e i Socialisti uniti (2%). Insomma una rappresentanza italiana in Europa estremamente frammentata. Ancor più frazionata la delegazione nella precedente legislatura, uscita con le elezioni del 1999. Allora strapparono un seggio i Repubblicani europei di Luciana Sbarbati, con solo lo 0,5% e 168.620 voti. Ed elessero un eurodeputato anche la Lista Dini (1,1%), l'Udeur (1,6%), il Movimento sociale-Fiamma Tricolore (1,6%) e i Pensionati di Fatuzzo. Due scranni toccarono invece ai Verdi (1,8%), al Pdci (2,0%), allo Sdi (2,2%), al Cdu (2,2%), e al Ccd (2,6%). La soglia del 4%, voluta soprattutto da Pdl e Pd ha dunque prodotto l'effetto voluto, vale a dire concentrare la delegazione italiana a Strasburgo, assicurando così un peso maggiore all'interno dei diversi gruppi parlamentari. Non solo. La mannaia del 4% taglia inoltre ai micro-partiti l'ossigeno del finanziamento pubblico: hanno infatti diritto ai rimborsi elettorali solo le liste che eleggono almeno un eurodeputato. La torta di ben 251 milioni di euro, dunque, sarà spartita tra cinque e non più tra 14 o 18 partiti. «C'è molta serenità», assicura comunque dal fronte Radicale la vice presidente del Senato, Emma Bonino parlando a Radio Radicale. La Bonino ha concluso dando appuntamento all'assemblea di Chianciano di fine giugno e aggiungendo che «nell'assoluta mancanza delle regole minime di democrazia, la tenuta politica dell'area radicale ci dà forza e ci sarà utile nell'andare avanti».Se volevano ridurci allo zero e se volevano liberarsi di noi, il tentativo è miseramente fallito: la nostra tenuta politica è fuori di dubbio, è stato il suo ragionamento. «Veniamo da una competizione antidemocratica - ha aggiunto la Bonino - e da una campagna punitiva per i Radicali: non c'è stato alcun riequilibrio come imponeva il garante, anzi si è accentuata l'occupazione 'manumilitarè dei mezzi d'informazione suddivisi tra Berlusconi e Franceschini». Nonostante ciò, «è fallito miseramente il tentativo politico di ridurre i Radicali allo zero, o altrimenti alla loro sparizione». «Siamo pronti a continuare la nostra battaglia per la democrazia e - ha proseguito la Bonino - la nostra direzione di marcia è l'assemblea di fine mese a Chianciano per la rinascita della Rosa nel pugno». Con chi? «Con tutti quelli che vogliono dialogare con noi - ha risposto la Bonino - fino a qualche giorno fa nessuno ha voluto dialogare con noi, anzi qualcuno ha divorziato da noi». Evidente il riferimento al Partito Democratico. «Affrontiamo queste ore - ha concluso - con assoluta serenità e soddisfazione per la nostra tenuta politica: un ringraziamento profondo a tutti per una campagna straordinaria dove si è registrata la mancanza delle regole minime di democrazia eppure la tenuta politica dell'area Radicale c'è ed è un elemento di forza per andare avanti».
Il voto e il posto fisso - Flavia Amabile
E' vero, è stata la campagna delle veline, del gossip e di Facebook ma, lontano dai riflettori, i politici locali hanno combattuto con le armi di sempre: tante promesse, e soprattutto la possibilità del «posto fisso» fatta balenare all'improvviso. Non si spiega altrimenti la grande messe di concorsi spuntati in tanti comuni e province dove ieri si votava. Da nord a sud, centro-sinistra e centro-destra, nessuno ha fatto eccezione. A Napoli, ad esempio. Il bando era del novembre del 2008. Il Ctp, il Consorzio di trasporto pubblico di proprietà della provincia di Napoli, aveva dato il via a cinque concorsi per l'assunzione a tempo indeterminato di 70 autisti. Il 6 dicembre scadeva il termine per la presentazione delle domande: partecipano in cinquemila e - come da regolamento - si deve ricorrere a una prova di selezione. La data si viene a sapere un mese e mezzo fa, il 17 aprile. Si è deciso di tenere l'esame il 9 giugno, due giorni dopo le elezioni provinciali. Il centrodestra parte all'attacco della giunta di centrosinistra guidata da Dino Di Palma. «La macchina clientelare del centrosinistra è ripartita puntualmente», accusa Salvatore Ronghi del Movimento per le autonomie. Franco D'Ercole, capo dell'opposizione in consiglio regionale se la prende con l'assessore ai Trasporti Ennio Cascetta: «E' un'autentica porcheria! Ma come si fa a prevedere una selezione due giorni dopo le elezioni? Si specula sul bisogno di lavoro di tanti giovani per condizionare la campagna elettorale. Queste cose accadono solo in Campania». Ha torto. Queste cose accadono in tutt'Italia. Prendiamo il profondo Nord: a Bergamo ieri si è votato per il rinnovo della giunta comunale. Ebbene, le accuse tra gli opposti schieramenti sono state identiche. In questo caso il concorso riguarda gli ufficiali della Polizia locale: il bando è stato pubblicato a novembre ma la commissione esaminatrice si è insediata due mesi fa, il 9 aprile, e per la data delle prove si è scelto il 3 e il 4 giugno, due giorni prima delle elezioni. E, quindi, l'opposizione si è scatenata: «Come mai la Commissione ha fissato le prove proprio a ridosso delle elezioni amministrative - chiede Gianfranco Ceci, capogruppo del pdl nel Consiglio Comunale di Bergamo - quando la maggior parte dei concorrenti dovrebbe essere impegnato nei controlli del territorio e non assorto da impegni personali che riguardano la propria carriera professionale? Il concorso non si poteva svolgere prima o in alternativa tra fine giugno e inizio luglio dopo le elezioni?». A Cosenza si vota per il rinnovo della giunta provinciale e a dicembre sulla Gazzetta Ufficiale viene pubblicato un bando per l'assunzione di 25 agenti nella Polizia provinciale. Anche in questo caso in carica c'è una giunta di centrosinistra e l'opposizione denuncia la manovra: «L'intero territorio provinciale è già tappezzato da migliaia e migliaia di manifesti annuncianti il suddetto concorso, con in calce la firma non del dirigente del Settore personale, come imporrebbero le norme giuridiche ed etiche, ma proprio quella di Gerardo Mario Oliverio, candidato del Pd alla presidenza per il rinnovo del Consiglio Provinciale di Cosenza», accusano i consiglieri provinciali del Pdl in una lettera aperta. Anche a Salerno il presidente uscente della Provincia, Angelo Villani, ha indetto un concorso pubblico per l'assunzione di 68 figure professionali alla provincia, a tempo indeterminato, a tempo pieno e a part-time. E a Spoleto proprio a ridosso delle elezioni ha pubblicato un bando per assumere 16 operatori ecologici. Ma non è solo il centrosinistra a ricorrere alla promessa di un posto fisso. A Terzigno, in provincia di Napoli, l'Udc ha accusato con dei manifesti affissi in tutta la cittadina, Domenico Auricchio, sindaco del Pdl, di aver promesso «ben 15 posti di lavoro, udite udite, legati alla discarica». I buoni vecchi e cari posti fissi, insomma, perché a Roma si discuterà anche di veline ma per avere i voti gli amministratori locali lo sanno: ci vuole ben altro.
Maturità da clandestini - Fulvio Milone
Quanto valgono tre anni di studio pagati con dieci ore di lavoro al giorno, sabato e domenica compresi? Niente, teme Daria, nata vent'anni fa in Ucraina, che vive in Italia da clandestina ma nonostante ciò, grazie a una legge dello Stato, ha usufruito del diritto sancito dalla Costituzione di andare regolarmente a scuola. Il problema è che da quest'anno agli studenti che sosterranno gli esami di maturità verrà chiesto il codice fiscale. E lei, che per la burocrazia non esiste neppure, il codice non ce l'ha. E' paradossale la storia di questa ragazza che a Napoli frequenta un liceo linguistico con il massimo dei voti, che conosce sei lingue e ha una cultura che pochi studenti italiani possono vantare. Se da un lato la Costituzione italiana e una legge dello Stato le permettono di studiare malgrado la sua condizione di «invisibile», dall'altro una circolare ministeriale le chiede un documento (il codice fiscale) che non può avere. La legge è del 1999, e dice che tutti i ragazzi «presenti sul territorio nazionale e nei diversi gradi e ordini di scuola hanno diritto all'istruzione, indipendentemente dalla regolarità della loro posizione di soggiorno»: in altri termini, un clandestino può essere buttato fuori dal Paese ma ha diritto ad andare a scuola. La circolare è quella firmata a maggio dal ministro dell'Istruzione Maristella Gelmini, che introduce la novità del codice fiscale. Chi si oppone alla direttiva avanza il sospetto che si tratti di uno stratagemma per discriminare i figli degli immigrati irregolari. Il ministero nega, sostenendo che i dati servono solo per l'istituzione di un'anagrafe degli studenti. E solo oggi, molti giorni dopo aver diffuso la circolare, precisa che Daria, come i tanti, tantissimi ragazzi che si trovano nelle sue condizioni, potrà sostenere gli esami senza problemi: «Nel caso in cui uno studente fosse, per qualsiasi motivo sprovvisto del codice fiscale, verrebbe semplicemente escluso dalla base informativa del ministero, senza alcuna conseguenza per la sua privacy né per la possibilità di sostenere l'esame». Viene da chiedersi, a questo punto, che validità possa avere un «censimento» senza che i «censiti» siano obbligati a fornire i propri dati. Ad ogni modo, secondo il ministero Daria non solo potrà diplomarsi, ma non rischierà neanche una denuncia in quanto clandestina perchè la sua privacy verrà salvaguardata. «Chissà quanti si trovano nelle mie condizioni», sospira Daria che, nella sua casa di Piazza Carlo III, nel cuore della vecchia Napoli, ha visto messi a rischio per giorni, uno dopo l'altro, tutti i suoi sogni: «La maturità, magari un permesso di soggiorno, poi l'università, un lavoro onesto e qualificato, una vita tranquilla con Alfonso, il mio ragazzo». La sua storia è cominciata quattro anni fa, con l'arrivo a Napoli assieme al padre: «Abbiamo raggiunto mia madre che si trovava qui già da un anno: lavorava come badante, sia pure da clandestina. Siamo persone oneste e Napoli è una città generosa, quindi siamo riusciti a inserirci presto: papà fa il saldatore, io lavo le scale in un paio di condomini, faccio la baby sitter e accudisco gli anziani». Tutti lavori che Daria svolge di sera, perchè al mattino c'è la scuola e nel pomeriggio bisogna fare i compiti. La scuola ha cominciato a frequentarla tre anni fa: «In Ucraina ho ottenuto un diploma che però, in Italia, non ha valore, quindi ho dovuto rifare l'ultimo triennio». Così si è iscritta al liceo linguistico «Margherita di Savoia». I professori hanno subito apprezzato le sue doti. «Oltre l'ucraino, parlo correntemente l'italiano, il russo, l'inglese e lo spagnolo - dice -. Con il francese me la cavo abbastanza bene». In classe si è inserita senza problemi, ha tante amiche. Insomma, la sua vita fin qui è trascorsa abbastanza serena, compatibilmente con la sua condizione di clandestina: «Certo, vivo nella paura di essere cacciata dall'Italia come una delinquente. Però Napoli è una città aperta e tollerante, e conto prima o poi di costruirmi un'esistenza dignitosa». Un'esistenza che però, teme Daria, è minacciata dal giro di vite sull'immigrazione clandestina imposto dal Governo Berlusconi. «Quando ho letto la circolare del ministero ho avuto un tuffo al cuore», racconta. Per lei si sono mobilitati i professori del liceo: qualcuno fra loro si è offerto di assumere la ragazza per farle avere il permesso di soggiorno, ma i tempi della burocrazia sono lunghi. E allora? Allora Daria potrà pure avere il suo diploma, ma la sua lotta per avere una vita dignitosa è appena agli inizi.
Corsera - 8.6.09
Il fronte del nord - Massimo Franco
L'Italia riemerge dalle urne europee meno bipartitica e apparentemente meno berlusconiana. Non c'è stato il plebiscito a favore del presidente del Consiglio, temuto e sbandierato dall'opposizione; e accreditato dallo stesso Silvio Berlusconi. Emerge invece il riequilibrio dei rapporti di forza nel centrodestra fra Pdl e Lega: col partito di Umberto Bossi proiettato verso il primato nel nord; e capace di infiltrarsi con un risultato a due cifre anche a sud del fiume Po. E' la conferma di un Carroccio in ascesa e il presagio di un'ipoteca sul governo, foriera di tensioni interne. Probabilmente, ha pesato l'astensione alta: ha votato il 67%, con punte minime a Sud e nelle isole. E può avere influito la polemica, in parte strumentale, nata sull'onda dei problemi privati e coniugali del premier. Ma il verdetto politico forse nasconde qualcosa di più. Quella che veniva definita «sottocultura leghista », ormai appare in grado di far proseliti oltre il proprio bacino geografico e ideologico; e di proporsi a una parte dell'elettorato con una determinazione che il Pdl è costretto ad assecondare, di fatto subendola. Il governo «egemonizzato dalla Lega» nella polemica dell'opposizione, è stato percepito come tale. Il risultato è che un anno dopo le elezioni politiche, la maggioranza sembra poter contare su consensi più o meno immutati; ma distribuiti diversamente. Significa un avallo popolare alle misure prese di recente contro l'immigrazione clandestina, e rivendicate come proprie da Bossi in competizione con Berlusconi. E si intravede un'affinità, non un'anomalia italiana rispetto ad un'Europa dove richiesta di sicurezza e pulsioni razziste si mescolano; e fanno lievitare i partiti che le interpretano. L'affermazione leghista legittima una politica che la accomuna alle forze xenofobe in crescita un po' dovunque: soprattutto in Olanda e Austria. Ma la novità è che non sono più residuali come nel passato. La radicalizzazione degli elettori è un dato di fatto: per come votano, e per il rifiuto di andare a votare. A guardar bene, quanto è accaduto nel centrosinistra è un fenomeno simmetrico e opposto a quello della maggioranza governativa. Anche lì è stato ridimensionato nettamente il Pd (orfano dei radicali però); e ne ha tratto vantaggio non la vecchia sinistra antagonista, quella sì ormai residuale. A ricavarne un piccolo utile è stata l'Udc centrista di Pier Ferdinando Casini. Ma soprattutto ne ha approfittato l'Idv di Antonio Di Pietro, che, guarda caso, si definisce da tempo una sorta di «Lega dei valori»; e considera Berlusconi il «disvalore » per antonomasia. Sono loro, Bossi e Di Pietro, gli interpreti più autentici di un'Italia stanca di tolleranza e tentata dalle soluzioni di forza.
Scarsa affluenza, avviso ai leader - Renato Mannheimer
Come previsto da molti alla vigilia del voto, la partecipazione a queste consultazioni europee è stata, nel complesso del continente, ancora inferiore alla volta precedente. Nuovamente, la maggioranza assoluta dei cittadini europei non ha ritenuto opportuno o utile recarsi alle urne. È un segno di ulteriore, grande sfiducia e disaffezione nei confronti dell'Unione Europea così come si è andata conformando e strutturando negli ultimi tempi. Questa vera e propria sconfitta della democrazia nella costruzione politica del vecchio continente fa seguito agli insuccessi dei referendum sull'approvazione della Costituzione in alcuni Paesi e a numerosi segnali di distacco dei cittadini dalle strutture dell'Ue. Probabilmente, a seguito di queste elezioni, la Ue dovrà ripensare seriamente il proprio modo di funzionare e, in una certa misura, anche i propri compiti. In Italia, il tasso di partecipazione è stato notevolmente superiore alla gran parte degli altri Paesi. Ciò dipende dal fatto che, come si sa, nel nostro Paese il dibattito elettorale e la contesa tra i partiti sono stati incentrati quasi esclusivamente su tematiche domestiche, non sempre di altissimo livello. Da noi, insomma, le consultazioni europee si sono trasformate in una sorta di grande sondaggio teso a verificare lo stato attuale dei rapporti di forza tra i partiti. E finalizzato, in particolare, a misurare il consenso pro o contro Silvio Berlusconi. Occorre però sottolineare che, anche da noi, si è registrato un significativo calo (oltre il 6%) nella partecipazione rispetto alle precedenti Europee. Ciò dipende certo dal disinteresse, crescente anche in Italia, verso l'Europa e le sue istituzioni. Ma dipende anche dal diffondersi degli atteggiamenti negativi - dalla noia al disgusto - verso la politica. È un sentimento presente, sia pure in misura diversa, nel centrodestra come nel centrosinistra. Per questo è opportuno che i leader politici considerino seriamente il messaggio emerso dal crescente astensionismo.
Le risposte non date su insicurezza e crisi
I grandi Paesi europei scelgono o confermano il centrodestra. In altri ad avanzare è la destra estrema, xenofoba e antieuropeista. Rari sono i premi di consolazione per socialisti e socialdemocratici. E il responso delle urne, così, emette una sentenza che era nell'aria ma che diventa ora misurabile: le sinistre europee non sono riuscite a intercettare le ricadute sociali della crisi economica, non vengono viste dalla maggioranza dei cittadini come antidoto alla disoccupazione crescente, non leniscono le paure per il domani e non trovano risposte alle minacce che ovunque pesano sull'assistenza pubblica. E in più, sono incapaci di riconoscere i sentimenti di insicurezza che vengono generati dai flussi migratori. Il segnale di delusione e sfiducia verso la sinistra che molti elettorati della Ue hanno lanciato può apparire, e almeno in parte è, paradossale. Non sono forse gli eccessi del liberismo capitalista, all'origine degli abusi che hanno innescato la crisi economica? E non sono forse proprio questi i cavalli di battaglia tradizionali della destra politica? Sulla carta, quella di ieri doveva essere una grande rivincita della sinistra. E il fatto che le cose siano andate in senso opposto deve far riflettere chi di dovere sulla gravità del fiasco progressista. Certo, il tasso di assenteismo ha segnato un nuovo record. Certo, va fatto un discorso a parte sulla crescita di movimenti fascistoidi che sotto le loro etichette uniscono razzisti, nazionalisti estremi, sovranisti anti-europei e persino, all'est, nostalgici del comunismo. Ma il messaggio elettorale non risulta per questo più debole: i cittadini europei non trovano più nelle sinistre «di governo» le proposte, i programmi, le innovazioni che potrebbero fare argine a crisi e insicurezza. Perciò guardano a destra. Mentre l'altra metà dell'Occidente, l'America, il cambiamento desiderato è andata a cercarlo nella sinistra (tutto è relativo) di Barack Obama. Le storie europee di ieri sono diverse, ma non troppo. A Parigi il centro-destra di Sarkozy stravince, ma soprattutto straperdono i socialisti lacerati dal dualismo femminile Aubry-Royal. A Berlino i cristiano-democratici della signora Merkel perdono parecchi punti, ma conservano un largo vantaggio sui socialdemocratici bloccati al loro minimo e possono guardare con serenità alle politiche di settembre. A Londra i laburisti di Gordon Brown non hanno più lacrime per piangere e i conservatori ne approfittano. A Madrid avviene il sorpasso dei popolari a danno dei socialisti di Zapatero, che reggono anche troppo bene vista la gravità della congiuntura economica a Madrid e dintorni. Questa volta i grandi Paesi si sono mossi come se l'Europa fosse realizzata, cioè tutti nella stessa direzione. Ma altri verdetti ci fanno capire che l'Ue - lo sapevamo - è tutt'altro che realizzata. Dopo l'Olanda anche in Austria l'inquietante destra estrema di discendenza haideriana ha fatto segnare un rilevante successo, imitata dai cugini ungheresi e in minor misura da altri. Costoro, nel futuro Parlamento europeo, hanno intenzione di confluire in un nuovo gruppo guidato nientedimeno che dai conservatori di Cameron, eurofobi più che euroscettici e destinati a governare la Gran Bretagna. Non meno preoccupante è l'esito elettorale in Irlanda e la conseguente aumentata fragilità del governo in carica: proprio un nuovo referendum in Irlanda dovrebbe salvare il Trattato di Lisbona, e i dubbi sono ora più leciti di prima. Barroso ha la strada spianata per la conferma alla Commissione di Bruxelles. Nel Parlamento dominato dal Ppe, che era già gruppo di maggioranza, non cambierà molto. Sul terreno restano le illusioni della sinistra, ma resta, non dimentichiamolo, anche la terza Europa. La prima Europa nacque per scegliere tra la pace e la guerra dopo secoli di massacri, e conservò la sua legittimità storica e strategica durante la guerra fredda. La seconda Europa, quella del dopo-Muro, fu indebolita dalla sindrome della vittoria e poi da un allargamento precipitoso, ma compì egualmente un balzo in avanti riassunto nell'euro. Ora ci serve la terza Europa, la cui legittimità e forza dovrebbero derivare dalla consapevolezza dei mutamenti mondiali e dalla volontà politica di non perdere il treno della storia. Al di là di destra e sinistra, queste elezioni ci dicono che la terza Europa non è neppure in vista.



08.06.2009